19/04/2008 | di Alberto Di Felice
Il matrimonio è un affare di famiglia** [6+] La luce di Clubland—secondo lungometraggio di Cherie Nowlan, che circa dieci anni fa dirigeva nientemeno che l'ora star internazionale Cate Blanchett, in un film non distribuito da noi—risplende in due donne: una mamma in crisi di mezza età e la sua acerrima nemica, la giovane e graziosa nuova ragazza del figlio. Che il vero protagonista non sia Tim lo si capisce—fosse il caso di specificarlo—già del fatto che Khan Chittenden non lo conosce nessuno, mentre Brenda Blethyn l'hanno fatta arrivare dall'Inghilterra fino alla periferia di Sydney, e la conosciamo tutti. Chiederle di fare semplicemente la mamma accessoria di uno sconosciuto sarebbe stato indelicato.

Ecco dunque che le splendide doti della Blethyn creano un a suo modo amaro ritratto femminile, inserito in quel sottogenere di film indipendente cui piacciono le famiglie matte. Difatti abbiamo anche qui le idiosincrasie di rito, regina delle quali è la mediocre ossessione della seconda chance da showbiz di entrambi i genitori divorziati—mamma Jean (Blethyn) cuoca/cabarettista, papà John (Frankie J. Holden) guardia al supermercato/cantante country—,e non ci facciamo mancare neanche un secondo figlio spastico, Mark (Richard Wilson), e Tim (Chittenden) che—oltre a scarrozzarsi in un furgoncino per traslochi, che fa tanto peculiare—è vergine e ancora bloccato mentalmente sulla questione sessuale a vent'anni, a rimarcare che la perfetta normalità non è qui. Il tutto non è però buttato nella mischia per niente, in quanto viene ricondotto appunto a Jean e alla sua crisi di certezza materna, indotta dalla bella Jill (Emma Booth).

Il film non si allontana troppo dalla formula facile sommariamente sovradescritta (sia la regista che lo sceneggiatore Keith Thompson lavorano soprattutto in tv), ma ha l'intuizione di spostare il centro d'attenzione all'interno delle generazioni. Tanto che i due giovani innamorati sono a tutti gli effetti dei personaggi di contorno nel quadro che descrive una donna ormai «dalla parte sbagliata dei 50» (di fronte, a non tranquillizzarla, ha anche la vicina quarantanovenne col cancro al seno), che ha abbandonato la lontana casa di Bristol e i sogni di gloria, e negli anni si è ritrovata sola a crescere i suoi figli buttando nel suo spirito di intrattenitrice tutta la sua amarezza repressa.

Ne esce fuori un disegno abbastanza commovente—ben riuscito in questo il finale che, dopo il numeretto musicale che tanto piace a queste produzioni, chiude con un carrello laterale in controcampo sulla protagonista—, nel quale va necessariamente lodata la mirabile prova della Blethyn, la quale dà rotondità e sentimento ad un personaggio a rischio di maniera e patetismo per l'acidità da gallina vecchia e il progressivo attaccamento alla bottiglia. E se, come implicitamente detto in apertura, Chittenden potrebbe essere tranquillamente sostituito da uno dei palloncini fallici della mamma, la giovane Emma Booth offre con la giusta sensibilità le sue grazie. Altra cosa apprezzabile del film è infatti come viene affrontata la questione sesso, trattata senza gratuità né squallido castigo.

pubblicata su Cine Zone
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Commenti
#1   19 Aprile 2008 - 15:27
 
Insomma non riuscitissimo, ma nemmeno così disastroso. Vedremo, se ci riusciamo...
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#2   20 Aprile 2008 - 14:26
 
Sì. Ultimamente ho notato che ne sto vedendo parecchi di film non riuscitissimi ma nemmeno così disastrosi-- Anche se questo qui direi che a suo modo è riuscito.
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