28/04/2008 | di Alberto Di Felice
*** [8=] Jimmy 'Dodge' Connelly (George Clooney) e altri membri della squadra dei Duluth Bulldogs siedono cosparsi di fango in panchina, in pausa dalla trincea della partita. Dissolvenza incrociata: nella stessa posizione, siede sugli spalti un gruppo di militari che si godono l'incontro. Ecco, il film di Clooney sarebbe tutto qui: il regista/attore—che qualcuno pensa come attore sia bravo solo a far smorfie, e come regista sia quasi una barzelletta inventata dal poco spiritoso Soderbergh—se ne sta al margine destro del quadro, il più piccolo fra i seduti in fila (anche se c'è buona probabilità che chiunque, come me, stesse concentrandosi proprio su di lui: d'altronde fa smorfie anche quando è seduto in lontananza e sta fermo immobile), e quando meno te lo aspetti salta fuori la nota intellettuale.Le sequenze d'apertura ci mostrano in successione i due football americani, quello "professionistico" e quello universitario. A separarli c'è una placida vacca che se ne sta tranquilla a pascolare, quando una palla ovale attraversa il campo, prima di esser seguita da una mandria di giocatori che si azzuffano per rincorrerla. Cosa diamine ci fanno lì, e perché c'è proprio una vacca? Semplice: nei bei tempi d'oro non c'erano regolamenti che richiedessero regolamentari campi d'allenamento, e capitava che vacche e giocatori fossero sullo stesso terreno. Che siano forse tutti inconsciamente pronti al macello, in attesa di esser sacrificati a favore le une della grande industria del cibo veloce e gli altri della schizofrenia mediatica, e tutti assieme della catena alimentare del biglietto verde? «Questo spettacolo vi è offerto da Coca-Cola e Standard Oil».
Giustappunto una palla ovale significherà l'apparizione delle "regole" nel gioco dove omaccioni di umile estrazione con poche speranze e brillanti studentelli universitari—da una parte e dall'altra qualche eroe (o presunto tale) di guerra—si scazzottano in divisa. Clooney ha qualche dubbio sull'utilità di regole siffatte, ma soprattutto su chi le stabilisce, le segue (le piega a suo favore) e le applica dicendo di farlo per il bene del gioco. Come ha notato Peter Travers, questo film potrebbe essere sottotitolato “Si uccidono solo le cose che si amano”. E dopo averlo fatto si va in un bar-bisca a proibizionisticamente ubriacarsi, per non pensarci troppo.
Leatherheads (teste di cuoio, o soldatini in battaglia per dirla in altri termini), che lo si voglia o no, terzo film "impegnato" di Clooney, è sempre in zona di media-e-politica e responsabilità del mezzo. Stavolta ecco Clooney stesso, che un po' contraddittoriamente si inventa dettatore di effervescenti cronache sportive ad un giornalista ubriacone (Stephen Root): imbroglia un po' nel come, contravviene alle regole, però è oggettivo e appassionato. Tanto il tempo dei giornalisti maschi e ubriaconi (almeno nel film) sta per finire: ci penserà Lexie Littleton (Renée Zellweger) a farsi spifferare la verità, barando col fascino delle gambe. Salta in sella, George, e ricordati di aggrapparti alla bella altrimenti cadi. Le foto sui titoli di testa, comunque, ci ricordano che il film sta finendo, e intanto la sua storia continuerà, meno splendidamente: un assegno versato («Confesserò tutto»? Non proprio), un passaggio di carriera (Jonathan Pryce invece mantiene la promessa e si dà al baseball). Buona partita, insomma, e buona fortuna.
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