03/05/2008 | di Alberto Di Felice
* [4½] Tipico film di denuncia, che prova ad essere atipico, nel quale il buon gusto e la chiarezza ideologica non sono proprio il pezzo forte. Si parte dalla storia vera d'ordinanza, nel caso in specie un reportage del giornalista Scott Anderson sul settimanale Esquire, che assieme ad altri quattro colleghi avrebbe rischiato di scovare in mezzo alle montagne della Repubblica Serba Radovan Karadžić, se solo non fosse stato chiaro che la comunità internazionale (in particolare il governo americano), a sua detta, trova più comodo lasciarlo in pace dov'è. Chiamata a raccolta la star-testimonial Richard Gere, il bravo attore di supporto Terrence Howard, e un mestierante alla regia, la macchina è partita.Richard Shepard, che si scrive la sceneggiatura, decide di buttarla sull'ironico. Ad aprire il film c'è infatti una bella didascalia che informa che «solo le parti più ridicole sono vere». Peccato che (escludendo le didascalie pre-titoli di coda) non abbia la faccia di bronzo per andare fino in fondo. Se da un lato abbiamo qualche nota bislacca (del tipo: gli agenti indiani della polizia internazionale dell'ONU mangiano, anche loro, le ciambelle) ad orpello di una vicenda nella quale i veri coinvolti sono stati sul serio scambiati per componenti di un'operazione coperta della CIA, dall'altro vengono riproposte stantie schematizzazioni drammatiche pensate apposta per la star.
L'eroe giornalista Simon Hunt (Gere) è contro il sistema, e capisce che il sistema è marcio quando l'amore della sua vita (che purtroppo si chiama Marda, Kristina Krepela) ci lascia tragicamente le penne. Nel momento tragico, ecco che salta fuori il cattivo (la personificazione del male, specie se è un serbo con l'occhio sbieco, il capello lungo e unto, e la barbetta incolta, fa sempre comodo) Boghdanovic 'La Volpe' (Ljubomir Kerekes; ma bisognava proprio scomodare Bogdanovich?) da guardare negli occhi: un giorno ci sarà giustizia. Ops, vendetta.
La giustizia/vendetta difatti c'è, a dispetto di ONU/Nato/USA/Francia/Regno Unito (ce n'è per tutti), grazie alla buona azione del villaggio musulmano dove crebbe e morì l'amata, alle calorose cure dei cui abitanti viene lasciato il mostro. Sarà colpa mia, ma il tocco ironico di Shepard mi è sfuggito particolarmente in questo momento, anche se ovviamente il tutto è un atto d'accusa contro L'Aia. Rimane difficile capire cosa trarne di preciso, se si pensa che il film sarebbe un commento al perché Bin Laden se ne sta anche lui ancora tranquillo sulle montagne. Forse che all'americano medio conviene andarselo a prendere e farlo fuori da sé perché ai Repubblicani conviene tenerselo stretto?
Terrence Howard è nel classico ruolo di sprecato, a sua volta con una bella lontana (Joy Bryant) cui pensare. Poi c'è colui che ha il ruolo di riaffermare sommessamente la positività complessiva del sistema (dell'informazione, e non solo) contro il quale l'eroe è schierato: c'è il figlioccio del vice-presidente del network che l'ha licenziato, il pivello Benjamin da Harvard (Jesse Eisenberg), che nell'attimo giusto si redime come sveglio e uomo d'azione, e intuibilmente a pellicola terminata re-immetterà l'eroe nel parterre degli stipendiati bravi corrispondenti di guerra.
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