04/05/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7½] L'ultimo film di Wes Anderson si apre con una delle dichiarazioni più enigmatiche da lui mai prodotte. Perso in un taxi dentro il traffico di Jodhpur, Bill Murray sembra col suo cappello in testa, completo grigio e bretelle, un James Stewart che sa troppo poco (lo era già stato nel 1997, senza cappello, in un gustoso film di Jon Amiel). Corre in stazione, salta la fila per fare il biglietto, si affretta a prendere il treno che sta partendo. Chi è il misterioso uomo d'affari senza nome che interpreta? Sarà magari il magnate dell'acciaio Herman Blume di Rushmore, giunto in India per sovraintendere a qualche operazione di outsourcing delle sue fabbriche dell'Ohio, e per rincorrere i figli che mai l'hanno rispettato?Il richiamo è evanescente, lasciato giacente fin quando non ritroveremo per un attimo il personaggio assieme agli altri, in quel carrello girovago lungo gli scompartimenti del treno virtuale ricomposto dentro il Darjeeling Limited. Dopo le sequenze iniziali, Murray non lo vedremo più fino a questo momento, nel quale ancora nulla ci verrà detto di lui. Mentre corre verso il treno già partito, gli si affianca a sinistra Peter (Adrien Brody): i due si guardano per un secondo con un po' di meraviglia, continuando a correre. Poi il più giovane e scattante Peter sorpassa Murray, e riesce a salire sul treno. Qui, ormai assicuratosi la partenza, si solleva i vecchi occhiali da sole con lenti gradate, che appartenevano al padre morto un anno prima, e osserva l'altro arrestarsi scorato sulla piattaforma, col treno ormai andato.
I due sono come padre e figlio, in vite parallele che si salutano meravigliate per un secondo. Di Peter sapremo che si incontrerà con i fratelli Francis (Owen Wilson) e Jack (Jason Schwartzman), in un viaggio spirituale che forse li avvicinerà; dell'altro non ci verrà detto nulla, se non che è un uomo che sta oltrepassando la mezza età, frastornato e solo. Un ruolo desolato che Murray, quinto di nove figli datosi alla commedia per vivere, ormai incarna da tempo, e che da Rushmore in poi fa da vera e propria congiunzione di poetica fra le pellicole di Anderson, come e forse più della presenza di Owen Wilson, che per la seconda volta consecutiva non mette mano alla sceneggiatura.
Il surreale del texano continua dunque a gettare uno sguardo idiosincratico e nettamente distinguibile dagli altri sulla famiglia e sui suoi personaggi, caratterizzati come fumetti su cartoni mobili, oggettistica e calligrafia di solitudini, reticenze ed incomunicabilità. Ora in India, dove i contrasti si umanizzano ancor di più nell'adiacenza e rassomiglianza dei lutti (splendido il flashback al funerale del padre, prima del funerale del piccolo morto nel fiume), nel paraggio di persone con le quali si parla (gli indiani britannicizzati del treno) o non si parla (quelli non britannicizzati delle campagne), ma comunque nitidamente prossime.
Scritto dal regista con i cugini Roman Coppola e Jason Schwartzman, The Darjeeling Limited ha forse meno gravità e senso del dettaglio rispetto alle precedenti collaborazioni con Wilson e Baumbach. Ma la descrizione di Anderson è ancora in grado di generare quello stupore geometricamente minuto dell'irreale che entra nel reale, quello stringimento nel comico che è l'emozione del suo cinema. E assieme annuncia che questo stesso percorso è forse giunto definitivamente alla fine, per rimodularsi verso nuove destinazioni di meraviglia. Al prossimo anno con Roald Dahl.
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