05/05/2008 | di Alberto Di Felice
*** [8] Il fumettone computeristico anni '90/2000 incontra la commedia sofisticata anni '30, ovvero Joel Schumacher incontra Frank Capra e ci gioca a braccio di ferro. Il film sta per finire dopo lo scontro finale: l'eroe giace provato e inconscio a terra, forse non ce la farà (ma chiaramente ce la farà: è l'eroe), la camera stringe sul dettaglio del magnete che gli dà la vita e i "poteri", dissolvenza in nero. Assolvenza: una televisione ed un notiziario narrano gli eventi della sera prima, e nel frattempo la camera indietreggia rivelando sulla sinistra l'industriale genio Tony Stark (Robert Downey Jr.) che legge soddisfatto ed avido (come un Howard Hughes ancora abbastanza sano e brillante cui manca solo un sigaro in mezzo ai denti) il Chronicle che l'ha appena battezzato "Iron Man", mentre la fedele ed avvenente segretaria Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) lo imbelletta per la conferenza stampa.Qui Stark si alza, si infila la giacca e ricomincia a flirtare. In un momento romantico i due si erano quasi baciati, e per flirtare lui tenta di ricordarle esattamente quel momento al gala, prima di realizzare e ricordarsi lui, grazie all'acidulamente nonchalant aiuto della femme, di averla abbandonata proprio sul più bello. Sarebbe anche il caso si ricordasse che, va bene, lui ha l'armatura e si è battuto col cattivo; ma se non ci fosse stata la segretaria a macchinare ai piani bassi (e a buttargli la spazzatura, occasionalmente), non sarebbe arrivato molto lontano. Invece eccolo smagliante dirigersi alla conferenza e, dopo uno stentato incipit, confessare inconsulto con incerta spavalderia: «Io sono Iron Man». Uomini. Vedremo come continuerà la romance nel prossimo capitolo.
È di tendenza tornare alle origini dei supereroi, come insegnano Nolan e, in diverso modo, Singer. Jon Favreau tiene alla grande il polso di un film su un supereroe non legato a precedenti adattamenti, che è al contempo genesi e ritorno alla genesi (oltre ad essere commedia sofisticata anni '30). Lo dichiara esplicitamente lo spiazzante doppio inizio con flashback: già al suo interno il film esplode e ripiomba indietro, si ricostruisce letteralmente. Chi è Tony Stark, chi è stato e chi sarà. Stark, tanto per cominciare e fermarsi subito, è uno sregolato come l'attore che lo interpreta (se l'amavate, l'avrete di certo ri-amato molto), un elfo in armatura (che non è di ferro) come il regista che lo dirige (e fa la guardia del corpo).
Con Iron Man—scritto da Mark Fergus e Hawk Ostby (fra gli sceneggiatori de I figli degli uomini) con Art Marcum e Matt Holloway—l'ottimo Favreau coniuga il tono tradizionale e galante del suo gioiellino Elf, il polveroso giocattolo pezzo d'epoca del suo Zathura, e la meraviglia digitale del giocattolone tecnologico del Transformers di Michael Bay. La commistione di modelli e qualità estetiche e di scrittura che ne esce fuori ha vita propria, crescentemente maliarda, e comando autonomo: un bronzeo e mordace esordio, irrancidita critica in spassoso grassetto all'operato politico-capitalistico, spostato dalla costa Est del fumetto ad una bruna California popolata da strateghi di tecnologia militare a strapiombo sull'Afghanistan.
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