06/05/2008 | di Alberto Di Felice
** [6+] Non rimane molto di nuovo da dire sulla saga dell'enigmista. Se non altro, come già si faceva in riferimento al precedente terzo capitolo, e come testimonia l'inarrestabile volontà produttiva (un nuovo episodio è previsto negli USA per il prossimo ottobre), ne va registrato il pieno inserimento entro i canoni della serialità televisiva, seguendo le cui regole vengono ormai sviluppati, sia narrativamente che stilisticamente, eventi e personaggi. Tanto che per parlarne propriamente bisognerebbe analizzare più da vicino il complesso delle opere, piuttosto che i singoli film.Si avverte per di più in questo episodio un cambio di marcia. Enigmista (Tobin Bell) e complice (Shawnee Smith) sono ormai morti, ed intuibilmente i nuovi sceneggiatori Patrick Melton e Marcus Dunstan—che si occuperanno anche del prossimo, ancora diretto da Bousman—stanno iniziando a sviluppare il testo in direzioni inedite e, per quanto è dato modo di comprendere, ancora oscure. Non è neanche questa una novità, in un progetto che dopo il grande successo commerciale del capostipite ha saputo diabolicamente sfruttare e ribaltare i propri apparenti buchi per ricavarne nuove trame e gare morali, lasciando del pari un po' confusi.
Appunto per questi motivi si ripresenta immancabilmente quel dilemma di morale della rappresentazione e morale della visione che in relazione alla serie ha generato parecchie critiche, alimentate dal sadismo fisico e psicologico del "gioco". Lo gnomico Jigsaw se la suona e se la canta un po' come gli pare, e intanto noi assistiamo allo spettacolo. Il film vuole lusingare le nostre perversioni? Siamo sadici anche noi? La visione morale sottostante è effettiva, è effettiva e discutibile, o è solo una scusa per nascondere un abbrutimento?
Il flashback diventa l'elemento caratterizzante dello specifico di Saw IV, sequel-prequel, e può fornire parziale risposta a questi interrogativi—o generarne di altri. L'enigmista esiste ora solo nell'immateriale dei propri moventi relazionali, il suo cancro diventa perdita di un figlio e quindi paternità mancata, abbandono di una moglie (Betsy Russell), somatizzazione epifenomenica. La rivelazione di questa parte della storia si legge al contempo con l'alternata indagine del poliziotto Rigg (Lyriq Bent) sul senso di giustizia della sua stessa professione, sulla collisione del mestiere ingrato con la sfera intima, sulla procedura legale ed amministrativa che sovrintende il rapporto di fiducia fra colleghi.
Ci sono giustappunto questi nuovi elementi di un enigma incrementale, nel quale l'unica paurosa certezza è quella di star guardando attraverso gli occhi, convincenti e dubbi, di qualcuno cui piace speculare sull'ambivalenza dei nostri stessi assunti personali. Non si perverrà ad una risposta in Saw IV, capitolo in cui Jigsaw sembra infine aver trovato un nuovo alleato proprio nel mondo di Rigg—vedremo nel quinto dove ciò ci condurrà. Pare però abbastanza chiaramente che l'apparato moraleggiante ed il latrocinio di sangue, più che fornire risposte delle quali nessuno forse ha bisogno, si stiano costruendo pian piano in un'interessante architettura nella quale l'etica inconfessata del singolo incontra quell'edificio poco edificante delle sue fondamenta sociali.
pubblicata su Cine Zone
















