12/05/2008 | di Alberto Di Felice
Slipstream - Nella mente oscura di H.** [6½] Dovrebbe esser chiaro a chiunque veda Slipstream che Anthony Hopkins sembra essersi messo a fare il Lynch (soprattutto l'ultimo) della situazione, sebbene l'attore/regista neghi ogni riferimento. Nega non ingannando del tutto, in effetti, dato che, nonostante numerosissime ed evidenti sovrapposizioni, il punto di partenza ed il percorso personale del gallese sono nella sostanza differenziabili ed identificabili nel film rispetto a quelli dell'americano. Per dirla in breve: Hopkins, che non è Autore nel senso ascrivibile all'altro, è impegnato a scrivere e dirigere dalla parte del thespian più che da quella del director. Quindi è anche meno dalla parte di noi che guardiamo.

Basti considerare che nel sogno dentro un sogno (probabilmente, a sua volta dentro un altro sogno) che è il film che Felix Bonhoeffer (Hopkins) sta(va) scrivendo, l'edificio crolla per colpa dell'attore Matt Dobbs (Christian Slater), che si impadronisce dei lavori riscrivendo e spostando dialoghi e scene, con proprie erratiche divagazioni, mentre il regista (Gavin Grazer) si lascia mettere i piedi in testa. Vediamo anche la figura notoriamente nascosta dello script supervisor (Camryn Manheim), che da fantasma invoca un po' ridicolmente la propria (falsa) innocenza. Ma, dato che stiamo parlando di cinema nel cinema, e di attori, c'è un altro indizio piuttosto diretto che si ricollega a quello appena accennato.

In una stazione di servizio il Nostro incontra il caro vecchio Kevin McCarthy, che proprio dallo Slater attore che si riscrive il film a proprio estro era stato chiamato in ballo, ad assumere su di sé il ruolo di eroe-vittima designata, nella nevralgica divagazione erratica su L'invasione degli ultracorpi—giustamente innalzato allo status di pellicola delle feste comandate nazionali americane—in un'altra stazione di servizio. Prima Slater e poi Hopkins si identificano entrambi con la lezione del dottor Bennell che deve tentare con tutte le sue forze di rimanere sveglio. Le equazioni attori=baccelli e Slater=McCarthy=Hopkins sono così stabilite, da ultimo quando McCarthy arriva ad avvertire Hopkins, riprendendo il vecchio tormentone: «You're next!».

È proprio l'angolatura di questo tormentone, ce ne fosse bisogno, ad essere esplicativa del diverso rapporto col mezzo rispetto a Lynch. McCarthy entra nelle scatole cinesi del film per indirizzare il suo avvertimento non allo schermo, e quindi a noi, ma ad un protagonista che ha le sue "questioni interne" da risolvere, e che a quanto pare le risolverà con l'altro finale alternativo che la United Artists non ha convinto Siegel a girare: l'eroe decide autonomamente nel suo vaneggiamento di offrirsi ai pericoli del traffico delle superstrade, anziché gridare stravolto agli incauti guidatori. Hopkins insomma si chiude un po' a riccio, e mentre oppone lo slipstream al mainstream, si preoccupa più di giocare con qualche grillo interno del sistema produttivo-artistico che non di ricordare a noi spettatori dov'è l'inghippo nell'interfaccia reale-schermo da cui guardarsi. Detto ciò, la cosa non manca di divertire.

pubblicata su Cine Zone
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Commenti
#1   12 Maggio 2008 - 12:58
 
Ma quando è uscito questo? Manco me ne sono accorta?
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Ale55andra

#2   12 Maggio 2008 - 13:11
 
Scorso venerdì, passato decisamente in sordina. Assieme ad un altro film che ho trovato assolutamente valido, che è Seraphim Falls, del quale scriverò.
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#3   12 Maggio 2008 - 16:46
 
questo mi ispira...
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ClaudioCasaz

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