16/05/2008 | di Alberto Di Felice
Cargo 200**½ [7] Nel gioiellino 10 cose di noi, che in pochi hanno avuto la fortuna di scoprire, una raffineria fila via ossessivamente sullo sfondo, posta al crocevia di uno sparuto spazio di minimale magia. Da essa è come se i personaggi si diramassero, come rami allungati tenuti al guinzaglio entro il perimetro scelto da una qualche forza sovrastante, che può essere quella benigna del cinema, un albero di ferro e fumo nel desertico viavai dentro il regno dei sogni e relativo entroterra. In Cargo 200, che ugualmente in pochi hanno avuto la fortuna di scoprire, un'enorme fabbrica sovietica fila via ossessivamente sullo sfondo, posta al crocevia di uno sparuto spazio di minimale incubo.

I personaggi, qui, sono trattenuti e sommersi, come ostaggi legati da manette ad un letto di tortura, ancora da una forza sovrastante, ma stavolta maligna, un castello di ferro e fumo nell'ammutolito viavai dentro il regno della fobia e relativa organizzazione. È la Russia, territorio horror di patti inconfessati e verbali conniventi, nel quale naturalismo ed estetica di genere non sono in alternativa, ma sono lettura unanime per parallelismo di ciò che si può raccontare solo nel passato, ciò che si tenta in questo modo di allontanare ed osservare come pura poetica della visione.

Un film degli e sugli anni '80 girato oggi, che con questa strana mistura va a porsi come ideale congiunzione fra altre due pellicole recenti, l'horror del sottobosco Them e l'aborto della scelta esistente 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, dove i mostri di quello che allora era comunismo bussavano alla finestra e chiedevano di piombare a capofitto nel quadro, dopo esser stati occultati. Il crimine e lo spavento non sono germi sovrareali, ma di natura antropologica, la parola organizza e prepara sfinentemente l'azione (qui servono giusto due dialoghi), che è soprattutto osservazione e ricerca di senso in quanto è mostrato, un senso non viene avvertito realmente fin quando non viene portato dentro l'abominio nella sua evidenza: bambini, feti, letti matrimoniali di tortura per cadaveri.

Sembra che l'Est si sia risvegliato d'improvviso e sia arrivato a raccontare quegli anni '80, prosecutori normalizzati e degenerati dei '70, in modo nient'affatto diverso da come è stato l'incubo capitalistico, la notte perversa nell'America di Scorsese, Landis e Demme. Il film di Aleksei Balabanov è un vintage nel quale degli '80 si possono ritrovare, fuori tempo e per questo con forse maggior scomodo immediato, le interferenze orrorifiche, le distorsioni della cultura pop. Tutto comincia, guarda caso, quando un ragazzo (Leonid Bicevin) e l'amica della di lui ragazza (Agniya Kuznetsova) si incontrano in una scardinata discoteca, dove suonano dischi eighties di gruppi russi dei quali, al contrario degli eighties vissuti dalla nostra parte della cortina, è difficile aver sentito parlare.

pubblicata su Cine Zone
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Commenti
#1   16 Maggio 2008 - 16:01
 
Questo tenterò di recuperarlo questa settimana!
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#2   17 Maggio 2008 - 01:19
 
Fai benissimo ;)
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#3   22 Maggio 2008 - 15:16
 
Concordo: prova a recuperare di Balabanov "Of freaks and man": era uscito in vhs in Italia, in mezzo all'indifferenza generale!
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#4   23 Maggio 2008 - 12:17
 
Proverò di certo, grazie della segnalazione ;)
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