22/05/2008 | di Alberto Di Felice
No Direction Home: Bob DylanNo Direction Home: Bob Dylan (Martin Scorsese, 2005) *** [8]

Bob Dylan è un enigma, un alias: ha scritto, suonato e cantato per sé stesso, contro tutti, rappresentante del cuore ferito e morente d'America, e avversato dallo stesso—avete presente Billy the Kid? Basterebbe il suo Alias nel film di Peckinpah per incapsulare Dylan. Tutto questo suona familiare ai più, credo. Todd Haynes, come saprete, ha provato a farci un ritratto multiforme dividendone la personalità in sei, come dovesse sottolineare insistentemente questo unico punto. Non è riuscito ad interessarmi molto, e ora che ho visto No Direction Home di Scorsese posso dire con certezza—e sapendo di non esser d'accordo con molti che l'hanno amato—che Io non sono qui è un film totalmente inutile: era già tutto qui, ma proprio tutto, plain and simple come un montaggio dell'inafferrabile esistente, senza affabulazioni se non quella decostruttiva del cinema sull'Io umano e culturale collettivo. Eppure invalicabile punto di passaggio, ammanettato ad un tempo ed un'identità melliflui, musiche, documenti, parole, immagini di un brigante che non vuol farsi prendere dalla sua nazione, dalla stampa, dalle ideologie, dalla morte. Sottolineo: era già tutto qui, di più e meglio.

Una voce nella notteUna voce nella notte (Patrick Stettner, 2006) **½ [7+]

Molto di Hitchcock (esplicitamente Psycho, ma forse ancor più La donna che visse due volte) in un film dal genere imprecisato, dove più che l'horror puro si possono ritrovare il thriller fantastico e il dramma—tanto che, quanto al dramma, foss'anche solo per quel provinciale paesaggio invernale in cui si arriva, mi ha ricordato lo splendido Il dolce domani. Stettner ha un fermo controllo del materiale, partecipando già alla scrittura, e suggerisce sottotesti affascinanti ed ardui sulla rimozione, il trauma, la percezione affettiva, la normalità della condotta, la trappola dell'ossessione. Un'ossessione segnata dalla "mancanza" fallica, per dirla in termini di scontata psicologia, dato che non c'è una figura che possa dirsi "maschia" nello stupido senso comunemente rintracciabile. Si noterà poi che non ci sono figli in questo film, né genitori, come in uno sgombero dell'anima in cui rimangono solo maglioni fatti a mano, vecchie foto, conigli di pezza, tutto senza un'identità, vitreo, qualcosa che può chiamare alla vista solo ricordi confusi e digradanti in chi crede di rispecchiarcisi. Totalmente prosciugati, nel senso buono, Robin Williams e Toni Collette.

Breach - L'infiltratoBreach – L'infiltrato (Billy Ray, 2007) **½ [7+]

Dopo L'inventore di favole, un altro buon film per Ray. L'ho visto ignaro di chi fosse il regista, e non facevo che pensare «Diamine se mi ricorda Shattered Glass!», segno evidente del fatto che Ray ha un polso narrativo (sovraintende anche alla scrittura, ed è un ottimo direttore d'attori) e soprattutto una capacità rappresentativa prospettica ben riconoscibili. Usando un polare meccanismo di genere, vestito da migliore dei mestieranti, continua a perlustrare l'interlinea morale sulla quale cammina la più grande fortezza del mondo, calandone il disfacimento delle garanzie istituzionali civili (il giornalismo del precedente film) e politiche (i servizi segreti di questo) nello smottamento privato delle grige pedine del gioco, una catena di amletica, marmorea e dirotta slealtà ai valori che le reggono (nazione, religione, famiglia). Un cinema del conflitto epidemico, raggrinzito, urgente ed assottigliato, che ricava la sua morale negando forza concludente ad ogni altra, ridotta ad allestimento che segnala in ogni sua parete, ogni suo cavo ed ufficio, la propria natura dilatoria.

EdmondEdmond (Stuart Gordon, 2005) **½ [7+]

Notturno e freddo (in parte, troppo) atto unico, dalla durata-sospiro, sulla perdizione dell'uomo bianco, dialogo allo specchio sulle pruderie di un padrone-travet che si dimena annientato nelle devianze della crescita borghese, dentro le paure e i desideri scissi nelle allopatiche due facce della stessa moneta: rispettabilità ingenua ed esplosione in cerca di giustificazione. L'altro diventa il sé, lo stereotipo che si è sempre stati si accetta in quello opposto, con quel bacio e quell'abbraccio finali che riaccalorano d'improvviso, simbolizzazione umana dell'uomo che torna ad esser sé cacciando i simboli fatui, mentali, del suo status. L'appuntamento di Edmond Burke (William H. Macy, come sempre, eccelso) con sé stesso è stato spostato all'indietro («Your meeting has been pushed back», gli fa la segretaria proprio all'inizio del film), al ballo scolastico che gli ricorda d'un tratto la sua gestazione nella fobia diffusa, e nessuna distrazione può consolarlo ora. «You have a visitor» ... «Please tell 'em that I'm ill».

Svalvolati on the RoadSvalvolati on the road (Walt Becker, 2007) **½ [7]

Condensato di uno spicchio dello scanzonato immaginario americano, diretto con buon ritmo e chiara e diffusa ironia, fra film per le famiglie senza famiglie (un National Lampoon's nel New Mexico con sagra del chili) che alla fine ritornano (d'altronde è appunto un film per famiglie) e buddy movie. Avevo letto da più parti che sarebbe volgarotto, omofobo e conservatore: secondo me per pensarla così bisogna essersi quantomeno distratti a più riprese durante la visione e aver perso del tutto il tono (e non essersi accorto degli attori coinvolti: William H. Macy, proprio lui, non si venderebbe a fare la marionetta, suvvia), perché si gioca sul motivo esclusivamente per ridicolizzarlo nella crisi di autostima della mezza età dell'americano classe media da un lato (gli Hogs) e nel machismo dell'americano bifolco dall'altro (i Del Fuegos). Famiglie dell'uno e dell'altro tipo in cerca di laghetto tranquillo per pic-nic, scappate e correte al cinema: vi rifaremo il look alla casa.

Le particelle elementariLe particelle elementari (Oskar Roehler, 2006) **½ [7]

Il film di Roehler mi ha lasciato un gran senso di vuoto, che è probabilmente la sensazione più positiva che un film possa generare, tanto che non son riuscito a rivederci le critiche (sull'ideologia) che gli son state rivolte, soprattutto da chi aveva letto il libro di Houellebecq (superiore o altrettanto becero, a seconda delle versioni: a me non importa, dato che non l'ho letto). Il suo difetto principale, a mio avviso, sta puramente in una scelta narrativa, importante ma non troncante, la deriva finale nella quale spunta fuori un fantasma confessore, con almodovariana fila di gente seduta a prendere il sole, del quale nessuno sentiva il bisogno. Ma per il resto Roehler riesce a costruire un percorso parallelo interamente sul negativo, cosicché dei personaggi (molto apprezzabili gli interpreti) si delinea solo l'isolamento, una delimitazione impossibile delle macchie tumorali. Ognuno è insidiato nelle proprie scelte, sempre risultato di una frustrazione cui ci si rifiuta di dare il debito nome, cercando una purezza della specie sempre e solo negando dignità al suo contrario. E non si trova vera fine né nel rifugio reazionario-sessuale di Bruno (Moritz Bleibtreu) né nel rifugio del tradizionalismo famigliare originariamente rigettato e sterilizzato di Michael (Christian Ulmen), poiché entrambi sono luttuosi e bisognosi di perdonare prima le colpe proprie ed altrui. Il risentimento è il nostro germe: è questo che mi ha detto il film.

The Darwin AwardsThe Darwin Awards (Finn Taylor, 2006) ** [6½]

Strano oggetto indipendente, forse più britannico/scandinavo che americano nello spirito corrosivo, che immettendosi nella ricerca di un servitore convinto del mondo delle assicurazioni gira intorno alle contingenze del caso, ma soprattutto attorno all'umanità che le vive come espressione dei propri desideri di rivalsa, occupata a pensare a come sopravvivere uscendo dalla noia e dalla propria piccolezza. Lo stesso insider (Joseph Fiennes) che deve stanarle, impiegato investigatore della razionalità dei numeri (è un da poco ex-poliziotto), ne verrà pian piano vinto, naturalmente conquistato da una bella (Winona Ryder, che amo profondamente) e dalla piccola poesia della vita senza piani.

Nero BifamiliareNero bifamiliare (Federico Zampaglione, 2006) ** [6½]

L'esordio alla regia di Zampaglione, del quale avevo letto malissimo, è null'altro che una discretamente divertente riproposizione del motivo "l'erba del vicino", cucita addosso ai tanti, conosciuti e sveltamente liquidati vizi (possiamo  anche chiamarli luoghi comuni, se definizioni diverse ci danno fastidio) dell'italiano tipo, essere microbico senza nessuna qualità ma molta prosopopea, oltreché alle ultime civili proteste xenofobe: se per Joe Dante e quegli stupidi di americani va bene, di cosa abbiamo da lamentarci riguardo Zampaglione e quegli stupidi di italiani? Non c'è da aspettarsi che una commedia delle situazioni, grottesca ed eccentrica, non meno pacchiana delle modeste aspirazioni di furbizia dei suoi personaggi. Speriamo però Zampaglione, la prossima volta, non ecceda come fa qui nel compiacersi delle gambe e del culo della (forse) futura moglie. Intanto Luca Lionello sembra pronto per fare la controfigura di Jason Schwartzman nel prossimo Wes Anderson.

The Road to Guantanamo / A Mighty HeartThe Road to Guantanamo (Mat Whitecross e Michael Winterbottom, 2006) ** [6+]
A Mighty Heart – Un cuore grande (Michael Winterbottom, 2007) ** [6+]

Winterbottom si piazza nel mezzo in due pellicole, una (co-diretta e co-montata daWhitecross) più sul versante della docufiction e l'altra più sul versante del docudrama. Fa cronaca in cui la sofferenza mostrata si trattiene per lo più, e viene messa in scena a servire un intento che rimpiazza quasi del tutto la necessità dei dati e delle interviste a terzi. Pur senza la pregnanza semiologica—e il sommovimento morale che ne nasce—di De Palma, Winterbottom seleziona due casi del reale e li ricostruisce, mescolando gli intenti fra le pieghe e le fonti per farsi testimone dell'assurdità del presente, e servire intenti di verità ed impegno. Un cinema che può generare qualche sospetto per l'apparente assenza di commento, ma che in questa trova anche, in alcuni momenti centrali (specie quando chiede ai personaggi, veri o di finzione, di parlare e trarre le loro conclusioni, nelle quali manca ogni rancore: si vedano la confessione di esser diventato più religioso di uno dei ragazzi improgionati, e l'intervista finale in tv a Mariane/Jolie), il suo mordente.

U.S.A. contro John LennonU.S.A. contro John Lennon (David Leaf e John Scheinfeld, 2006) ** [6+]

Non hanno particolari idee i due registi, che più che scoprire o rivelare qualcosa si limitano ad esporre una tesi montando ad uopo le interviste da loro condotte e materiale d'archivio. Il film ha se non altro il merito di essere un pamphlet che rinfresca la memoria, in tempi che per intuibili motivi geo-politici assomigliano molto a quelli ritratti, sulla precarietà della libertà nelle nostre democrazie, minacciata dalle deformazioni ad arte delle categorie di pensiero e delle paure del pubblico.

CrankCrank (Mark Neveldine e Brian Taylor, 2006) ** [6]

Giocattolone, mi sento di dire, rigorosamente per maschi di qualunque specie—soprattutto, non me ne vorrà nessuno, della più bassa, attiva specialmente nelle parti basse. Per un bel po' la frenetica demenza del baraccone è divertente con estremo dileggio, ha ritmo e si rilancia di continuo. Peccato poi la bassezza ideologica del tutto venga paurosamente a galla, fra donne vacche, sceme ed impiccione (Amy Smart, bellissima) da montare all'aria aperta e assistenti froci da usare come cuscinetto anti-proiettile, e che salti fuori un po' troppa mancanza di senno.

Perché te lo dice mammaPerché te lo dice mamma (Michael Lehmann, 2007) [5]

La famiglia Wilder, mamma e figlie, si cala le braghe prima di un massaggio coreano. Scopriamo così che mamma Diane Keaton (o chi per lei) ha il sedere più snello e nell'insieme armonico di figlia Mandy Moore (anche se questo lo sappiamo solo vedendo mamma e figlie insieme in campo medio, perché nel carrello dove non si vedono facce la controfigura regge meglio il confronto), la quale dai tempi in cui era cantante quindicenne ha messo su qualche chiletto. Non che non sia sempre un fior di ragazza, fidanzata della porta accanto per l'America di provincia. In questo film ci ricorda che è importante non pensare solo al lavoro, che bisogna seguire il cuore e dunque non mettersi col ragazzo ricco ma con quello povero, musicista e con figlio. L'America di provincia approva. La Keaton è insopportabile, tout simplement.

Saturno controSaturno contro (Ferzan Özpetek, 2006) [5]

Tarallucci e vino per un affollato racconto corale che prova a buttare in un unico calderone crisi della borghesia, droghe, eutanasia e pacs, sperando di non arrivare troppo in ritardo dopo le puntate di Otto e mezzo quando c'era ancora Ferrara. Troppa bontà. Si va avanti per temi, in buona sostanza, seppure nella prima metà i buoni momenti non mancassero affatto, dato che in ultimo nulla arriva ad una qualche minima definizione, affossato da un ottimismo generico nel quale tutto più o meno si sistema.

Ghost RiderGhost Rider (Mark Steven Johnson, 2007) [5]

La storia che vorrebbe Nicolas Cage più espressivo da teschio che da umano cavalca ormai senza redini. Dato il parrucchino che ha da umano, anche gli strenui fan come me non possono che arrendersi. Da Mark Steven Johnson, che come in questo caso si era scritto e diretto Daredevil, non ci si poteva aspettare particolare gusto nel testo, figuriamoci nel sottotesto (che d'altronde non c'è). Fra gli altri, diverte ben poco vedere il buon Wes Bentley ridotto a demone seccato di riciclare battute da bar davanti a biker che si credono duri, manco fosse Terminator: «You got a problem with that?» ... «As a matter of fact... [pausa d'annientamento] I do».

Hannibal Lecter - Le origini del maleHannibal Lecter – Le origini del male (Peter Webber, 2007)* [2]

Al contrario che in Hannibal, non si ride neanche per un attimo. Eppure se ne sentirebbe il disperato bisogno. Il giovane Lecter (Gaspard Ulliel), che scopriamo mostro di entrambi i lati della cortina di ferro, si prende dannatamente sul serio, forse a conoscenza del sottotitolo italiano. In compenso abbiamo il solito cattivo (Rhys Ifans) personificazione del male che si prende altrettanto sul serio, con in aggiunta e naturalmente il solito lutto da questi procurato che spiega perché il Nostro è diventato cannibale. Wow. Siamo altrettanto banali e diciamo che Gong Li ci piace, molto e comunque. È chiaro che piace anche al mostro.
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Commenti
#1   22 Maggio 2008 - 18:39
 
A me Saturno Contro era piaciuto moltissimo!
Blog molto interessante!
A presto, Ale
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#2   23 Maggio 2008 - 12:33
 
Grazie!

Saturno contro non stava dispiacendo neanche a me, ma poi evidentemente dev'essermi sembrato non andare da nessuna parte--

Saluto e grazie di esser passato di qua :)
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#3   24 Maggio 2008 - 15:44
 
Di questo ho visto:

Edmond: a me è piaciuto moltissimo. Mi ha ricordato sia Fuori orario di Scorsese, sia a tratti Un giorno di ordinaria follia. H. Macy straordinario davvero. Io gli ho dato 8!!

Svalvolati on the road: a me non faceva proprio ridere. Mi sembravano davvero tutti molto ridicoli, nel senso negativo del termine. L'unica cosa che salvo è ovviamente H. Macy. Il film lo trovo davvero molto banale, con una comicità alquanto spicciola. Per me 4 è anche troppo.

The Darwin awards: non so, potevano osare di più con gli esempi. Invece alcuni sono un pò troppo poco ridicoli. Alcuni però sono davvero esilaranti. La sufficienza a sto film non gliela toglie nessuno (poteva essere meglio se non ci mettevano quella banale e scontatissima, nonchè insulsa, storiella d'amore).

Nero bifamiliare: d'accordo veramente su tutto.

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#4   25 Maggio 2008 - 09:28
 
Edmond è un bel film, non litighiamo sui voti-- :)

Poveri Wild Hogs-- :(

E poverina la storiella d'amore-- Ma quanto son carini-- :(

Mi fa piacere invece Nero bifamiliare non ti abbia disgustato! :)
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#5   08 Giugno 2008 - 12:11
 
Mi fa piacere leggere parole in positivo per i film di Zampaglione e The Darwin Awards, devastati dalla critica e che avevo saltato un pò per questo, un pò per pigrizia; ora li devo recuperare!

Tra gli altri ho visto EDMOND che mi ha sopreso per il suo essere spietato e non porsi nemmeno per un secondo il problema di essere consolatorio e SATURNO CONTRO, che invece ho trovato insopportabile!
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#6   08 Giugno 2008 - 12:25
 
Sì, di Edmond come sai ho letto da te, e infatti proprio il tuo post mi ha aiutato a recuperarlo :)
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