02/06/2008 | di Alberto Di Felice
Charlie Bartlett [5] Videocamere di sorveglianza, metal detector e prescription drugs alla Western Summit, la ricetta per tutte le high school che tentano di salvarsi dalla sindrome Columbine. Il creatore della miscela, a partire da una miccia già innescata della quale nessuno si era ancora accorto nell'apparente business as usual di una sfigata scuola pubblica (a guardarla, messa comunque meglio della media delle nostre, almeno quanto a laboratori e palestra per balli scolastici), è un figlio di papà senza papà, il Charlie Bartlett del titolo (Anton Yelchin), che incasinato com'è tramuta il trauma genitoriale (non ci facciamo mancare neanche la mamma alcolizzata in lutto virtuale, la simpatica Hope Davis) in puro spirito imprenditoriale, anzi filantropico: prima che pusher, il giovane è psichiatra da toilette a favore di coloro che, di famiglia che al contrario della sua non può usufruire—nonostante guai col penale—di villa e chauffeur, non ha nemmeno il pensiero di rivolgersi a professionisti. Figuriamoci i soldi.

I farmaci legali sono la vera droga, sembrerebbe. E, quando escono dalla cerchia di coloro i quali possono permettersi di farseli prescrivere da conniventi altolocati, diventano addirittura l'ultimo incentivo per una lotta in difesa dei valori civili (che poi sarebbero: «Avremo bene il diritto anche noi alla nostra privacy nella stanza di ricreazione, per spupazzarci come fanno i prof nella stanza di là») rimasto ai famigerati "giovani d'oggi". Li descrivono per quanto credono, anzi li riassumono, Charlie e il nerd con tendenze suicide di turno (Mark Rendall), che mettono su una recita che raccattona la buona scusa di parlare proprio di loro. Manco fossero i ghostwriter di Moccia. Varrà la pena sbagliare per i fatti propri, magari capendo al momento giusto quando è il caso di smetterla per non deludere mamma e papà, o uno dei due in alternativa? Domanda retorica: questo è il film.

Charlie potrebbe essere un lontano discendente del libraio ed editore John Bartlett, il più famoso e felino raccoglitore di citazioni d'America. Studia con metodo enciclopedico il linguaggio di sintomi e medicamenti, ri-dispensandoli con sorriso stampato ed un protagonismo poliedrico da futuro re di “Saturday Night Live”. Yelchin si dimostra una buona scelta, e una buona scelta per il protagonista adolescente è quantomai necessaria se si riesce ad avere come antagonista preside (anche lui affezionato alla bottiglia, neanche e dirlo) Robert Downey Jr., uno di quelli che basta che ci siano per invertire la marcia di chi interpretano. Eppure, c'è da chiedersi come sarebbe stato il film se Charlie, anziché raccoglitore di citazioni, fosse stato anche solo il fratellino minore—anzi, perché no, il figlio!—di un certo Ferris Bueller.

Si attende quindi con interesse un secondo capitolo, nel quale papà Matthew Broderick esce dal carcere per ravvivare le idee alla sceneggiatura di Gustin Nash, che da un lato fa la parodia pseudo-anarchica dell'America neurotica e dipendente, e dall'altro ci tiene a sottilineare che nei farmaci in sé (si può dedurre, nell'industria e nel sistema che la alimenta) non c'è nulla di male. Forse vuole evitare denunce e risarcimenti, tanto basta che il sasso sia stato lanciato. E magari Broderick riuscirebbe anche a far cambiare il pezzo finale della recita, ottimista e al tempo stesso un po' bacchettona, sostituendo Cat Stevens (non sarà troppo impegnativo fare di Charlie anche un nuovo Harold Chasen, soprattutto se manca la vecchia e c'è la normale coetanea compagna di giochi di Kat Dennings?) con un più squinternato “Twist and Shout” in playback.

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Commenti
#1   03 Giugno 2008 - 20:53
 
Insomma questo non è piaciuto molto in generale. Eppure dove c'è Downey Jr. io corro, quindi lo recupererò!
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#2   05 Giugno 2008 - 18:08
 
Downey Jr. cmq la sua sporca figura la fa anche qui, eh--
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