05/06/2008 | di Alberto Di Felice
Alexandra**½ [7] È un cinema del disegno anamorfico quello di Aleksandr Sokurov. L'immagine veleggia come una bandiera ondeggiante, sicura che la storia del momento in fondo non le interessi e soprattutto non giunga a conclusione, come se l'autore stesse tirando con la mano per un'estremità dello schermo un lenzuolo, sotto il quale ci sono il tempo, la Storia, un passato e un futuro affettivi ed intellettuali. In Alexandra questo lenzuolo continua a scorrere, i treni continuano a viaggiare, gli eserciti a presenziare a guerre. Una ottogenaria (Galina Vishnevskaya) fa da padrona di casa navigando il mare della Cecenia, ma Sokurov non ha punti politici precisi da portare avanti: il suo film, per l'appunto, prescinde dalle circostanze che rendono questa guerra brutta.

Sokurov è un tradizionalista, e quel lenzuolo, quella "bandiera" è probabilmente proprio quella russa, la propria Terra e Patria, sebbene non si sappia definire con precisione che cosa sia. Il che non è in contraddizione col suo spirito universalistico, umanista, che trova anzi nella concretezza dell'appartenenza culturale un veicolo di avvicinamento. Aleksandra riesce a conoscere la cecena Malika (Raisa Gichaeva) perché una lingua comune permette loro di parlarsi, e poco importa che sia la lingua dell'imperialismo russo. Tutto è informato da una saggezza, da una richiesta di ragionevolezza nell'interazione fisica fra individui, nonne e nipoti, vecchie russe e giovani russi, vecchie russe e vecchie cecene, vecchie russe e giovani ceceni.

In un progressivo processo di astrazione, paradossalmente tramite una maggiore importanza data all'evidenza tramica (sebbene sempre lontana dall'essere analizzabile in quanto tale), il film potrebbe bastare come terzo capitolo della trilogia finora comprendente Madre e figlio e Padre e figlio. Di quest'ultimo viene decisamente ripresa una finanche imbarazzante invasione della fisicità sessuale, qui meno tesa ed anzi schiettamente commovente, pienamente allusa nelle tenerezze fra Aleksandra e Denis (Vasily Shevtsov): vi si esprime in un'estetica carnale e sovrana quello stesso contrasto congenito nel tempo intergenerazionale, specchio a sua volta del contrasto intragenerazionale che in questo caso oppone imperialisti e sudditi.

Questa fisicità e questa saggezza, assenti nella normalità, sono le armi della protagonista, che nella notte (sovrumano il cielo notturno su Grozny) o sfidando la calura porta la sua età a spasso: sa che quanto vedrà le scivolerà addosso, come quel lenzuolo, come esplodere un colpo di fucile senza proiettili, e vuol solo sperare che la sua presenza lì, totalmente irreale ancor più dell'assenza del pur minimo scontro militare, possa far guardare russi e ceceni ad un'unica nonna. Non tanto la predominantemente propagandistica Madre Russia, quanto una più schiettamente maternalista babushka, con dei nipoti di due etnie che combattono per sbagliare, e che si preoccupa di cosa faranno quando avranno finito.

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Commenti
#1   05 Giugno 2008 - 16:49
 
Questo devo riuscire a vederlo al cinema. Purtroppo la distribuzione è quello che è. Dalla recensione mi sembra che sia un altro ottimo film di Sokurov.
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#2   05 Giugno 2008 - 18:07
 
Beh, io onestamente non sono un grande estimatore di Sokurov in termini assoluti. Il suo è un cinema che spesso mi sembra elaborare troppo poco al suo interno, affidandosi più che altro al pittorico, come è evidente. Di certo l'ho sempre trovato interessante, come in questo caso.
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