09/06/2008 | di Alberto Di Felice
Chiamata senza risposta [5] Il film del francese Eric Valette, sceneggiato da Andrew Klavan (autore dei romanzi da cui sono stati tratti Fino a prova contraria e Don't Say a Word), riadatta l'originale secondo la non peregrina intenzione, almeno commercialmente, di mantenerne praticamente intatto lo scheletro drammatico e l'ormai ben noto “fantasmismo” orientale (una casa in stile giapponese, con tanto di shoji e giardino interno con laghetto, aiuta subito a destreggiarsi chi per caso non sappesse che si tratta del remake di una produzione nipponica; ad abitarla però c'è una nera), ed al tempo stesso di avvicinare i dettagli allo spettatore occidentale, o meglio agli stereotipi cui è abituato.

Acquistano così maggior rilievo i rapporti intercorrenti fra i personaggi, ed in particolare viene prontamente cementata l'attrazione fra i principali, ovvero il detective (Edward Burns) e la studentessa in attesa di morte (Shannyn Sossamon). Klavan lavora a semplificare ed accorciare le svolte, ma non fa il minimo sforzo sui sottotesti (che pure, come si dirà incidentalmente poco più avanti, paiono essere, sebbene di poco, declinati diversamente) lavorando sull'intreccio, soprattutto per correggere quelle lacune dell'originale che venivano eclissate (anzi, giustificate) dalla sua atmosfera fumosa.

La direzione di Valette, qualora fosse il caso di specificarlo, è sensibilmente diversa da quella di Takashi Miike. Sparisce ad esempio l'efficace uso del fuori campo, che viene rimpiazzato da ben meno ispirati momenti di spavento da “boo” (spuntano fuori come novità, a tal proposito, spettri in stile The Eye), neanche gestiti malissimo, a dire il vero. Allo stesso modo, il montaggio si appiattisce perdendo la carica allusoria originaria.

Se il film di Miike non brillava rispetto ai concorrenti connazionali (viene in mente soprattutto il bellissimo Kairo
di Kiyoshi Kurosawa) per il suo discorso su media ed apocalisse moderna (cellulari e televisione come mezzi di consumo virali), latente ma mai realmente incisivo, di questa incisività si trova ancor meno traccia qui. L'esorcismo in tv (stavolta di quelli “veri”, che chiamano in causa il nostro Dio) è un'occasione sprecata e risolta molto più in fretta.

Per il resto, il sottofondo preminente rimane quello, caro soprattutto al cinema di Hideo Nakata, dello spasmodico e malato rapporto genitori-figli, sfociante nella patologia ed in una distopia del tempo e della visione che tenta di riallacciarlo. Il nuovo finale, anche da questo punto di vista, pecca di semplificazione—se non di accomodamento ideologico. Nonostante quel telefono che, comunque, riprende a squillare.

pubblicata su Cine Zone
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Commenti
#1   11 Giugno 2008 - 14:53
 
Andrebbe visto solo per la Sossamon, ma considerando che non ho visto nemmeno l'originale di Miike, forse è il caso di recuperare prima quello!
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#2   11 Giugno 2008 - 16:32
 
La Sossamon, in effetti, è un bel pezzo di ragazza. Però, sai, quello di Miike c'ha le giapponesine, che anche loro--
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