16/06/2008 | di Alberto Di Felice
**½ [7] Avete tutti ovviamente presente il famoso gonnellino tradizionale scozzese, che almeno per chi non è di quelle parti è spesso un ottimo motivo di motteggio verso gli uomini della patria del whiskey, confusi per gaie signorine. Quando in realtà, mediamente gli scozzesi hanno pochi rivali quanto a “ruvidezza” di temperamento. Bene, l'inglese Paul Weiland, che non a caso in patria ha avuto ampia esperienza di humour con Mr. Bean ed il gustosissimo Blackadder, prende la sceneggiatura di Adam Sztykiel, Deborah Kaplan ed Harry Elfont e la fa girare attorno al motivo—basterebbe il titolo originale che gioca col “maid” di “damigella”—dell'uomo privato di colpo dell'onore virile. Il protagonista maschile di questo film, americano “fatto d'onore”, sarà costretto ad indossare addirittura un mini-kilt.Lo spunto di trama, che echeggia abbastanza chiaramente Il matrimonio del mio migliore amico, appare in realtà più come un richiamo secco al genere screwball nella vena di Susanna, soprattutto per il sottotesto psicanalitico appena descritto. Ecco dunque che abbiamo un impenitente trentenne bello ed altolocato, ricco e donnaiolo, venir tramutato in poco più che uno spaesato e maldestro maschietto quando scopre che la sua migliore amica e confidente, che finora ha usato a suo piacimento, sta per sposarsi dall'altra parte dell'Atlantico con un duca di Scozia che per di più è anche un industriale (whiskey, ovviamente) con ben più liquidità di lui, nonché più prestante nel basket—e anche là dove più ferisce nell'orgoglio.
Weiland, piacevole nella gestione dei tempi e degli spazi (il découpage classico è un'arte), dissemina la pellicola di segnali d'allarme per il maschio in questione, nel filmico (si veda, a titolo esemplificativo, il carrello circolare sul nervosismo del protagonista quando gli si sta per chiedere di essere “damigello”) e profilmico, con un senso d'ironia mascherato nel corso di una narrazione dagli sviluppi tradizionalissimi: alzi la mano chi non sa che Tom (Patrick Dempsey) e Hannah (Michelle Monaghan) finiranno insieme. La pellicola sfrutta tutti i cliché del caso centrandosi però sul tono fallocentrico della questione, che viene reso costante leitmotif/contrappunto dalla presenza di richiami scenografici (il matrimonio finale, per avere un esempio lampante, verrà celebrato con delle palle appese come decorazioni, richiamanti per di più un aggeggio per l'autoerotismo femminile) e/o simbolici (Tom viene sconfitto definitivamente—per il momento—quando fallisce nell'alzare a dovere il suo tronco, in un gioco tradizionale, mentre il rivale Colin di Kevin McKidd vi riesce).
Per conquistare la donna perfetta che ha sempre avuto sotto gli occhi, il maschio si trova lungo tutto il film ad essere bellamente umiliato nel proprio vigore. A “supportarlo” e soffrire con lui non manca, del resto, neanche un gruppo di amici che deve rivedere il machismo delle conversazioni da pallacanestro quando si trova ad organizzare preparativi da matrimonio dalla parte di una damigella maschio. Un film, ci sarebbe da scommetterci, che sarebbe forse piaciuto dirigere ai Farrelly (la luminosa Monaghan è stata tra l'altro nel loro ultimo lavoro, Lo spaccacuori), che con tutta probabilità ne avrebbero acuito ancor più l'assunto, aggiungendo e modificando da par loro.
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