22/05/2008 | di Alberto Di Felice
No Direction Home: Bob Dylan (Martin Scorsese, 2005) *** [8]Bob Dylan è un enigma, un alias: ha scritto, suonato e cantato per sé stesso, contro tutti, rappresentante del cuore ferito e morente d'America, e avversato dallo stesso—avete presente Billy the Kid? Basterebbe il suo Alias nel film di Peckinpah per incapsulare Dylan. Tutto questo suona familiare ai più, credo. Todd Haynes, come saprete, ha provato a farci un ritratto multiforme dividendone la personalità in sei, come dovesse sottolineare insistentemente questo unico punto. Non è riuscito ad interessarmi molto, e ora che ho visto No Direction Home di Scorsese posso dire con certezza—e sapendo di non esser d'accordo con molti che l'hanno amato—che Io non sono qui è un film totalmente inutile: era già tutto qui, ma proprio tutto, plain and simple come un montaggio dell'inafferrabile esistente, senza affabulazioni se non quella decostruttiva del cinema sull'Io umano e culturale collettivo. Eppure invalicabile punto di passaggio, ammanettato ad un tempo ed un'identità melliflui, musiche, documenti, parole, immagini di un brigante che non vuol farsi prendere dalla sua nazione, dalla stampa, dalle ideologie, dalla morte. Sottolineo: era già tutto qui, di più e meglio.
Una voce nella notte (Patrick Stettner, 2006) **½ [7+]
Una voce nella notte (Patrick Stettner, 2006) **½ [7+]Molto di Hitchcock (esplicitamente Psycho, ma forse ancor più La donna che visse due volte) in un film dal genere imprecisato, dove più che l'horror puro si possono ritrovare il thriller fantastico e il dramma—tanto che, quanto al dramma, foss'anche solo per quel provinciale paesaggio invernale in cui si arriva, mi ha ricordato lo splendido Il dolce domani. Stettner ha un fermo controllo del materiale, partecipando già alla scrittura, e suggerisce sottotesti affascinanti ed ardui sulla rimozione, il trauma, la percezione affettiva, la normalità della condotta, la trappola dell'ossessione. Un'ossessione segnata dalla "mancanza" fallica, per dirla in termini di scontata psicologia, dato che non c'è una figura che possa dirsi "maschia" nello stupido senso comunemente rintracciabile. Si noterà poi che non ci sono figli in questo film, né genitori, come in uno sgombero dell'anima in cui rimangono solo maglioni fatti a mano, vecchie foto, conigli di pezza, tutto senza un'identità, vitreo, qualcosa che può chiamare alla vista solo ricordi confusi e digradanti in chi crede di rispecchiarcisi. Totalmente prosciugati, nel senso buono, Robin Williams e Toni Collette.
Breach – L'infiltrato (Billy Ray, 2007) **½ [7+]
Breach – L'infiltrato (Billy Ray, 2007) **½ [7+]Dopo L'inventore di favole, un altro buon film per Ray. L'ho visto ignaro di chi fosse il regista, e non facevo che pensare «Diamine se mi ricorda Shattered Glass!», segno evidente del fatto che Ray ha un polso narrativo (sovraintende anche alla scrittura, ed è un ottimo direttore d'attori) e soprattutto una capacità rappresentativa prospettica ben riconoscibili. Usando un polare meccanismo di genere, vestito da migliore dei mestieranti, continua a perlustrare l'interlinea morale sulla quale cammina la più grande fortezza del mondo, calandone il disfacimento delle garanzie istituzionali civili (il giornalismo del precedente film) e politiche (i servizi segreti di questo) nello smottamento privato delle grige pedine del gioco, una catena di amletica, marmorea e dirotta slealtà ai valori che le reggono (nazione, religione, famiglia). Un cinema del conflitto epidemico, raggrinzito, urgente ed assottigliato, che ricava la sua morale negando forza concludente ad ogni altra, ridotta ad allestimento che segnala in ogni sua parete, ogni suo cavo ed ufficio, la propria natura dilatoria.
Edmond (Stuart Gordon, 2005) **½ [7+]
Edmond (Stuart Gordon, 2005) **½ [7+]Notturno e freddo (in parte, troppo) atto unico, dalla durata-sospiro, sulla perdizione dell'uomo bianco, dialogo allo specchio sulle pruderie di un padrone-travet che si dimena annientato nelle devianze della crescita borghese, dentro le paure e i desideri scissi nelle allopatiche due facce della stessa moneta: rispettabilità ingenua ed esplosione in cerca di giustificazione. L'altro diventa il sé, lo stereotipo che si è sempre stati si accetta in quello opposto, con quel bacio e quell'abbraccio finali che riaccalorano d'improvviso, simbolizzazione umana dell'uomo che torna ad esser sé cacciando i simboli fatui, mentali, del suo status. L'appuntamento di Edmond Burke (William H. Macy, come sempre, eccelso) con sé stesso è stato spostato all'indietro («Your meeting has been pushed back», gli fa la segretaria proprio all'inizio del film), al ballo scolastico che gli ricorda d'un tratto la sua gestazione nella fobia diffusa, e nessuna distrazione può consolarlo ora. «You have a visitor» ... «Please tell 'em that I'm ill».
Svalvolati on the road (Walt Becker, 2007) **½ [7]
Svalvolati on the road (Walt Becker, 2007) **½ [7]Condensato di uno spicchio dello scanzonato immaginario americano, diretto con buon ritmo e chiara e diffusa ironia, fra film per le famiglie senza famiglie (un National Lampoon's nel New Mexico con sagra del chili) che alla fine ritornano (d'altronde è appunto un film per famiglie) e buddy movie. Avevo letto da più parti che sarebbe volgarotto, omofobo e conservatore: secondo me per pensarla così bisogna essersi quantomeno distratti a più riprese durante la visione e aver perso del tutto il tono (e non essersi accorto degli attori coinvolti: William H. Macy, proprio lui, non si venderebbe a fare la marionetta, suvvia), perché si gioca sul motivo esclusivamente per ridicolizzarlo nella crisi di autostima della mezza età dell'americano classe media da un lato (gli Hogs) e nel machismo dell'americano bifolco dall'altro (i Del Fuegos). Famiglie dell'uno e dell'altro tipo in cerca di laghetto tranquillo per pic-nic, scappate e correte al cinema: vi rifaremo il look alla casa.
Le particelle elementari (Oskar Roehler, 2006) **½ [7]
Le particelle elementari (Oskar Roehler, 2006) **½ [7]Il film di Roehler mi ha lasciato un gran senso di vuoto, che è probabilmente la sensazione più positiva che un film possa generare, tanto che non son riuscito a rivederci le critiche (sull'ideologia) che gli son state rivolte, soprattutto da chi aveva letto il libro di Houellebecq (superiore o altrettanto becero, a seconda delle versioni: a me non importa, dato che non l'ho letto). Il suo difetto principale, a mio avviso, sta puramente in una scelta narrativa, importante ma non troncante, la deriva finale nella quale spunta fuori un fantasma confessore, con almodovariana fila di gente seduta a prendere il sole, del quale nessuno sentiva il bisogno. Ma per il resto Roehler riesce a costruire un percorso parallelo interamente sul negativo, cosicché dei personaggi (molto apprezzabili gli interpreti) si delinea solo l'isolamento, una delimitazione impossibile delle macchie tumorali. Ognuno è insidiato nelle proprie scelte, sempre risultato di una frustrazione cui ci si rifiuta di dare il debito nome, cercando una purezza della specie sempre e solo negando dignità al suo contrario. E non si trova vera fine né nel rifugio reazionario-sessuale di Bruno (Moritz Bleibtreu) né nel rifugio del tradizionalismo famigliare originariamente rigettato e sterilizzato di Michael (Christian Ulmen), poiché entrambi sono luttuosi e bisognosi di perdonare prima le colpe proprie ed altrui. Il risentimento è il nostro germe: è questo che mi ha detto il film.
The Darwin Awards (Finn Taylor, 2006) ** [6½]
The Darwin Awards (Finn Taylor, 2006) ** [6½]Strano oggetto indipendente, forse più britannico/scandinavo che americano nello spirito corrosivo, che immettendosi nella ricerca di un servitore convinto del mondo delle assicurazioni gira intorno alle contingenze del caso, ma soprattutto attorno all'umanità che le vive come espressione dei propri desideri di rivalsa, occupata a pensare a come sopravvivere uscendo dalla noia e dalla propria piccolezza. Lo stesso insider (Joseph Fiennes) che deve stanarle, impiegato investigatore della razionalità dei numeri (è un da poco ex-poliziotto), ne verrà pian piano vinto, naturalmente conquistato da una bella (Winona Ryder, che amo profondamente) e dalla piccola poesia della vita senza piani.
Nero bifamiliare (Federico Zampaglione, 2006) ** [6½]
Nero bifamiliare (Federico Zampaglione, 2006) ** [6½]L'esordio alla regia di Zampaglione, del quale avevo letto malissimo, è null'altro che una discretamente divertente riproposizione del motivo "l'erba del vicino", cucita addosso ai tanti, conosciuti e sveltamente liquidati vizi (possiamo anche chiamarli luoghi comuni, se definizioni diverse ci danno fastidio) dell'italiano tipo, essere microbico senza nessuna qualità ma molta prosopopea, oltreché alle ultime civili proteste xenofobe: se per Joe Dante e quegli stupidi di americani va bene, di cosa abbiamo da lamentarci riguardo Zampaglione e quegli stupidi di italiani? Non c'è da aspettarsi che una commedia delle situazioni, grottesca ed eccentrica, non meno pacchiana delle modeste aspirazioni di furbizia dei suoi personaggi. Speriamo però Zampaglione, la prossima volta, non ecceda come fa qui nel compiacersi delle gambe e del culo della (forse) futura moglie. Intanto Luca Lionello sembra pronto per fare la controfigura di Jason Schwartzman nel prossimo Wes Anderson.
The Road to Guantanamo (Mat Whitecross e Michael Winterbottom, 2006) ** [6+]
Winterbottom si piazza nel mezzo in due pellicole, una (co-diretta e co-montata daWhitecross) più sul versante della docufiction e l'altra più sul versante del docudrama. Fa cronaca in cui la sofferenza mostrata si trattiene per lo più, e viene messa in scena a servire un intento che rimpiazza quasi del tutto la necessità dei dati e delle interviste a terzi. Pur senza la pregnanza semiologica—e il sommovimento morale che ne nasce—di De Palma, Winterbottom seleziona due casi del reale e li ricostruisce, mescolando gli intenti fra le pieghe e le fonti per farsi testimone dell'assurdità del presente, e servire intenti di verità ed impegno. Un cinema che può generare qualche sospetto per l'apparente assenza di commento, ma che in questa trova anche, in alcuni momenti centrali (specie quando chiede ai personaggi, veri o di finzione, di parlare e trarre le loro conclusioni, nelle quali manca ogni rancore: si vedano la confessione di esser diventato più religioso di uno dei ragazzi improgionati, e l'intervista finale in tv a Mariane/Jolie), il suo mordente.
U.S.A. contro John Lennon (David Leaf e John Scheinfeld, 2006) ** [6+]
The Road to Guantanamo (Mat Whitecross e Michael Winterbottom, 2006) ** [6+] A Mighty Heart – Un cuore grande (Michael Winterbottom, 2007) ** [6+]
Winterbottom si piazza nel mezzo in due pellicole, una (co-diretta e co-montata daWhitecross) più sul versante della docufiction e l'altra più sul versante del docudrama. Fa cronaca in cui la sofferenza mostrata si trattiene per lo più, e viene messa in scena a servire un intento che rimpiazza quasi del tutto la necessità dei dati e delle interviste a terzi. Pur senza la pregnanza semiologica—e il sommovimento morale che ne nasce—di De Palma, Winterbottom seleziona due casi del reale e li ricostruisce, mescolando gli intenti fra le pieghe e le fonti per farsi testimone dell'assurdità del presente, e servire intenti di verità ed impegno. Un cinema che può generare qualche sospetto per l'apparente assenza di commento, ma che in questa trova anche, in alcuni momenti centrali (specie quando chiede ai personaggi, veri o di finzione, di parlare e trarre le loro conclusioni, nelle quali manca ogni rancore: si vedano la confessione di esser diventato più religioso di uno dei ragazzi improgionati, e l'intervista finale in tv a Mariane/Jolie), il suo mordente.
U.S.A. contro John Lennon (David Leaf e John Scheinfeld, 2006) ** [6+]Non hanno particolari idee i due registi, che più che scoprire o rivelare qualcosa si limitano ad esporre una tesi montando ad uopo le interviste da loro condotte e materiale d'archivio. Il film ha se non altro il merito di essere un pamphlet che rinfresca la memoria, in tempi che per intuibili motivi geo-politici assomigliano molto a quelli ritratti, sulla precarietà della libertà nelle nostre democrazie, minacciata dalle deformazioni ad arte delle categorie di pensiero e delle paure del pubblico.
Crank (Mark Neveldine e Brian Taylor, 2006) ** [6]
Crank (Mark Neveldine e Brian Taylor, 2006) ** [6]Giocattolone, mi sento di dire, rigorosamente per maschi di qualunque specie—soprattutto, non me ne vorrà nessuno, della più bassa, attiva specialmente nelle parti basse. Per un bel po' la frenetica demenza del baraccone è divertente con estremo dileggio, ha ritmo e si rilancia di continuo. Peccato poi la bassezza ideologica del tutto venga paurosamente a galla, fra donne vacche, sceme ed impiccione (Amy Smart, bellissima) da montare all'aria aperta e assistenti froci da usare come cuscinetto anti-proiettile, e che salti fuori un po' troppa mancanza di senno.
Perché te lo dice mamma (Michael Lehmann, 2007)*½ [5]
Perché te lo dice mamma (Michael Lehmann, 2007)*½ [5]La famiglia Wilder, mamma e figlie, si cala le braghe prima di un massaggio coreano. Scopriamo così che mamma Diane Keaton (o chi per lei) ha il sedere più snello e nell'insieme armonico di figlia Mandy Moore (anche se questo lo sappiamo solo vedendo mamma e figlie insieme in campo medio, perché nel carrello dove non si vedono facce la controfigura regge meglio il confronto), la quale dai tempi in cui era cantante quindicenne ha messo su qualche chiletto. Non che non sia sempre un fior di ragazza, fidanzata della porta accanto per l'America di provincia. In questo film ci ricorda che è importante non pensare solo al lavoro, che bisogna seguire il cuore e dunque non mettersi col ragazzo ricco ma con quello povero, musicista e con figlio. L'America di provincia approva. La Keaton è insopportabile, tout simplement.
Saturno contro (Ferzan Özpetek, 2006)*½ [5]
Ghost Rider (Mark Steven Johnson, 2007)*½ [5]
Saturno contro (Ferzan Özpetek, 2006)*½ [5]Tarallucci e vino per un affollato racconto corale che prova a buttare in un unico calderone crisi della borghesia, droghe, eutanasia e pacs, sperando di non arrivare troppo in ritardo dopo le puntate di Otto e mezzo quando c'era ancora Ferrara. Troppa bontà. Si va avanti per temi, in buona sostanza, seppure nella prima metà i buoni momenti non mancassero affatto, dato che in ultimo nulla arriva ad una qualche minima definizione, affossato da un ottimismo generico nel quale tutto più o meno si sistema.
Ghost Rider (Mark Steven Johnson, 2007)*½ [5]La storia che vorrebbe Nicolas Cage più espressivo da teschio che da umano cavalca ormai senza redini. Dato il parrucchino che ha da umano, anche gli strenui fan come me non possono che arrendersi. Da Mark Steven Johnson, che come in questo caso si era scritto e diretto Daredevil, non ci si poteva aspettare particolare gusto nel testo, figuriamoci nel sottotesto (che d'altronde non c'è). Fra gli altri, diverte ben poco vedere il buon Wes Bentley ridotto a demone seccato di riciclare battute da bar davanti a biker che si credono duri, manco fosse Terminator: «You got a problem with that?» ... «As a matter of fact... [pausa d'annientamento] I do».
Hannibal Lecter – Le origini del male (Peter Webber, 2007)* [2]
Hannibal Lecter – Le origini del male (Peter Webber, 2007)* [2]Al contrario che in Hannibal, non si ride neanche per un attimo. Eppure se ne sentirebbe il disperato bisogno. Il giovane Lecter (Gaspard Ulliel), che scopriamo mostro di entrambi i lati della cortina di ferro, si prende dannatamente sul serio, forse a conoscenza del sottotitolo italiano. In compenso abbiamo il solito cattivo (Rhys Ifans) personificazione del male che si prende altrettanto sul serio, con in aggiunta e naturalmente il solito lutto da questi procurato che spiega perché il Nostro è diventato cannibale. Wow. Siamo altrettanto banali e diciamo che Gong Li ci piace, molto e comunque. È chiaro che piace anche al mostro.
22/04/2008 | di Alberto Di Felice
Il restyling di questo blog è stato determinato principalmente da un cambiamento di "linea editoriale". Ho deciso di smetterla con le più o meno brevi (e anche un po' inutili) recensioni di (quasi) tutti i film che vedevo o rivedevo, mantenendo solo le nuove recensioni che scrivo per Cine Zone, e sperando per il resto di produrre non recensioni ma selezionate analisi (che, per schifo che possan fare scritte da me, spero siano comunque più interessanti delle mie recensioni) di film che mi sembrano offrire particolari motivi per farsi analizzare, in positivo o in negativo. Naturalmente, non ho smesso di veder film-- Questa nuova categoria di post si limiterà ad aggiornarvi esclusivamente sui film di produzione recente—limitandosi quindi a quanto uscito nelle ultime stagioni—che ho recuperato in home video, riportando semplicemente i voti (oltre alle classiche stelline, da oggi troverete anche i voti numerici, che ho sempre detestato, fra parentesi quadre) ed un succintissimo commento. Questo primo post è particolarmente voluminoso, dato che ho un arretrato. Trovate i film in ordine di gradimento.
Palindromi (Todd Solondz, 2004) ***½ [9+]
Palindromi (Todd Solondz, 2004) ***½ [9+]Solondz è un accorato umanista, e questo è uno dei film più intensi che vedo da tempo. Che non sia stato distribuito nelle nostre sale—non che in America le cose sian state più rosee, in ogni caso—non dovrebbe sembrar strano, e la circostanza mi ricorda il trattamento scellerato riservato a John Sayles, il cui stupendo Casa de los babys cadrebbe a fagiuolo. Comprensibile che sia così, perché un film che penetra l'alterità palindroma dell'essere mette paura: non c'è certezza della colpa da gettare sul colpevole, ma solo scura e dolce pietas.
Fast Food Nation (Richard Linklater, 2006) *** [8]
Linklater ri-esplora un'America persa, multinazionale in quanto multietnica e sfruttatrice, anche e soprattutto dei suoi proletari da grandi catene in serie. L'America si siede ogni giorno e mangia felice e soddisfatta la propria merda. Preciso che io adoro il cibo da fast food: bastardi. Un film agghiacciante, che fa entrare in un mattatoio costringendo a leggerne i plurimi macelli di animali, persone, spettri di libertà. E dice che le mucche non vogliono uscire dal recinto, come Don Anderson (Greg Kinnear) che manda giù il boccone e si rimette al lavoro. Non è Ken Loach, ma potrebbe esserlo (anzi, è anche meglio).
Ti va di pagare? – Priceless (Pierre Salvadori, 2006) *** [8=]
Intelligente commedia con retrogusto amaro, con fine e malinconico sapore di classicità, perfettamente risolta fra le necessità della trama, l'attenzione alla caratterizzazione, gusto non solo estetico, e sottotesti sulla società della ricchezza e dell'immagine, ma soprattutto sul vano desiderio dell'uomo comune di imitare volente o no una visione della vita, dentro il piccolo e luccicantissimo mondo della Costa Azzurra. E Audrey Tautou non è carina: è conturbante.
Lo spaccacuori (Bobby e Peter Farrelly, 2007) *** [8=]
Altro colpo dei Farrelly, che sono nel loro territorio in un'altra commedia romantica, degna erede del genere screwball, nella quale le nevrosi ed i perbenismi dell'America contemporanea vengono intercalati nella storia dell'uomo medio senza palle o pregi all'inseguimento della donna che ha entrambe queste qualità—e del matrimonio. Credo di essermi ufficialmente innamorato di Michelle Monaghan.
Rosso come il cielo (Cristiano Bortone, 2005) *** [8=]
Bellissimo il film di Bortone, che se comprensibilmente nel prefinale cade un po' nella concitazione, regala un'opera commovente sull'infanzia e soprattutto sull'immaginazione, sfuggendo ai ricatti del poetico spicciolo ed espositivo con grande naturalezza (Luca Capriotti e Francesca Maturanza sono meravigliosi), e ancor meglio regalando un piccolo saggio sul cinema come montaggio di idee visive e sonore. La sequenza della recita, col montaggio parallelo che intervalla i carrelli lungo le stanze vuote dell'istituto alle immagini quasi trasfigurate del piccolo palco dove si esibiscono i ragazzi, è uno dei momenti più alti prodotti di recente dal nostro cinema.
Hot Fuzz (Edgar Wright, 2007) **½ [7½]
È nato un filone pressoché geniale, il parodico film di genere dei mostri del regno di Sua Maestà. Dopo Shaun of the Dead, Wright & co. centrano ancora una volta il bersaglio in questo ritratto di campagna—ricorda un po' Wallace & Gromit—della notoria doppia morale anglosassone, fra town council e parish, con neanche velati riferimenti all'ossessione di controllo che ha disseminato di telecamere di sorveglianza ogni piccolo centro del Regno Unito—per tacere delle ronde di volontari che stanno prendendo piede anche da noi. Scalmanato finale da Far West: si salvi chi può.
Giorni e nuvole (Silvio Soldini, 2007) **½ [7+]
Il precariato nella famiglia borghese, quotidiano e discesa negli inferi, l'impossibilità di ritrovare una propria dignità nel meccanismo che ha termini diversi per definirla—if any. Un uomo che se ne fa carico e la sopporta umiliando la sua stessa comprensione della sua vita fino a quel momento, nei rapporti interni ed esterni alla sua famiglia, nel realizzare il termine "scelta" quale libertà, solidarietà, come guadagnarsi il pane. Gran cast, e grandissimo Albanese.
La leggenda di Beowulf (Robert Zemeckis, 2007) **½ [7+]
Rilettura-stravolgimento della leggenda, molto ironica ma soprattutto scura a mo' di incubo proiettato in avanti nei secoli, sulle origini del Male, la grettezza e futilità dei valori tradizionali, la colpa dell'uomo (inteso come maschio) alla ricerca dei "gioielli di famiglia" per proiettare il proprio potere sulla donna e il trasferimento di sé nella prole. Qualcosa di realmente sorprendente nel tono e nelle letture. Evidentemente Roger Avary non è stato co-autore (con Neil Gaiman) della sceneggiatura a vuoto.
Il caso Thomas Crawford (Gregory Hoblit, 2007) **½ [7]
Buona pellicola di genere, ben gestita da colui che ormai è uno specialista. Due ottimi interpreti, Anthony Hopkins e Ryan Gosling, in un discretamente teso scontro sull'orgoglio, racchiuso in un classico uxoricidio, nonché sui sistemi di potere e di giustizia. Il finale potrebbe sembrare accomodante e risolutivo, ma la scelta di chiudere prima di vedere in effetti come va a finire è azzeccata, e lascia intuire che lo sguardo è sempre critico nonostante quella che sembra un'imposizione da studios.
Molto incinta (Judd Apatow, 2007) ** [6+]
Apatow ormai ha una ricetta e la rinnova in un modo gradevole, tutto di superficie, puntando sull'empatia da parte maschile, della quale riflette i giustificabili ma pigri turbamenti di vita, nell'ennesima storia dell'uomo grande e grosso che non vuole crescere. L'amore e la figura femminile sono, nonostante il linguaggio tendente al vero (come se la cosa fosse un pregio) e un po' di colore sessuale, null'altro che angeli che ti cullano (e ti scopano) dicendoti che va tutto bene, che c'è qualcuno che ti ama e che crescere vuol dire trovare l'amore in loro—cioè, nella mamma con le tette che sono loro. Un po' antiquato, e volendo sempre vero: potendo firmare, chi di noi maschietti non firmerebbe? Rimane la domanda: io sono davvero questo coglione? Per fortuna no, quindi—cordialmente—Apatow può intrattenermi con le sue menate di vita per (ben) due ore, ma poi se ne può tranquillamente andare a farsi benedire.
Il diario di una tata (Shari Springer Berman e Robert Pulcini, 2007) ** [6+]
Nonostante rinnovino il meccanismo grafico-narrativo del precedente—e molto bello—American Splendor, i due registi/coniugi non sono granché in controllo dell'intreccio, o almeno non lo sono fino alla fine, e in ultimo svaccano senza porsi le necessarie preoccupazioni nella redenzione della mamma cattiva e frustrata. Che ci poteva stare, ma si poteva avere un po' più di stile e magari un po' meno fretta. Nulla di tragico, comunque, però ne risulta troppo svilita la parte sociologica, che ha guidato col giusto wit la pellicola e che sarebbe l'unica cosa realmente interessante.
Correndo con le forbici in mano (Ryan Murphy, 2006) ** [6]
Fanatico capitolo della scoperta dell'individualità e dell'omosessualità, dipinta schematicamente come ribellione alle continue stranezze che circondano il protagonista (esattamente come in C.R.A.Z.Y. di Vallée, che comunque era un film anche sensibilmente migliore). Brian Cox potrebbe anche far crepare dalle risate, mentre Annette Bening può purtroppo approfondire all'ennesima potenza il suo personaggio esagitato di American Beauty. Chi mi conosce dovrebbe essere al corrente della mia smodata passione per Evan Rachel Wood, e infatti concludo—è la terza volta in questo post che cado in tentazione, e francamente mi sarei lasciato andare anche con Katherine Heigl—commentando sulla sua straordinaria bellezza.
Number 23 (Joel Schumacher, 2007) *½ [5½]
Il mio amico Emanuele Rauco mi ha fatto notare, riportando su un forum un'interessante osservazione di qualcun altro, che per puro caso anche la frase «Mi sono fracassato le palle» ha 23 lettere. Io le palle non me le sono fracassate, perché il film di Schumacher non inizia né si sviluppa male (bene fotografia e diligente montaggio), ma alla resa dei conti non ha una cavolo di idea seria sul cavolo di punticino che vuol fare. Ammesso che ci sia bisogno di fare un punticino. Il punto che fa, sulla giustizia e la famigliola fuori che aspetta, non è il massimo. Però il film nel complesso mi è sembrato quasi reggere.
Fast Food Nation (Richard Linklater, 2006) *** [8]Linklater ri-esplora un'America persa, multinazionale in quanto multietnica e sfruttatrice, anche e soprattutto dei suoi proletari da grandi catene in serie. L'America si siede ogni giorno e mangia felice e soddisfatta la propria merda. Preciso che io adoro il cibo da fast food: bastardi. Un film agghiacciante, che fa entrare in un mattatoio costringendo a leggerne i plurimi macelli di animali, persone, spettri di libertà. E dice che le mucche non vogliono uscire dal recinto, come Don Anderson (Greg Kinnear) che manda giù il boccone e si rimette al lavoro. Non è Ken Loach, ma potrebbe esserlo (anzi, è anche meglio).
Ti va di pagare? – Priceless (Pierre Salvadori, 2006) *** [8=]
Lo spaccacuori (Bobby e Peter Farrelly, 2007) *** [8=]Altro colpo dei Farrelly, che sono nel loro territorio in un'altra commedia romantica, degna erede del genere screwball, nella quale le nevrosi ed i perbenismi dell'America contemporanea vengono intercalati nella storia dell'uomo medio senza palle o pregi all'inseguimento della donna che ha entrambe queste qualità—e del matrimonio. Credo di essermi ufficialmente innamorato di Michelle Monaghan.
Rosso come il cielo (Cristiano Bortone, 2005) *** [8=]Bellissimo il film di Bortone, che se comprensibilmente nel prefinale cade un po' nella concitazione, regala un'opera commovente sull'infanzia e soprattutto sull'immaginazione, sfuggendo ai ricatti del poetico spicciolo ed espositivo con grande naturalezza (Luca Capriotti e Francesca Maturanza sono meravigliosi), e ancor meglio regalando un piccolo saggio sul cinema come montaggio di idee visive e sonore. La sequenza della recita, col montaggio parallelo che intervalla i carrelli lungo le stanze vuote dell'istituto alle immagini quasi trasfigurate del piccolo palco dove si esibiscono i ragazzi, è uno dei momenti più alti prodotti di recente dal nostro cinema.
Hot Fuzz (Edgar Wright, 2007) **½ [7½]È nato un filone pressoché geniale, il parodico film di genere dei mostri del regno di Sua Maestà. Dopo Shaun of the Dead, Wright & co. centrano ancora una volta il bersaglio in questo ritratto di campagna—ricorda un po' Wallace & Gromit—della notoria doppia morale anglosassone, fra town council e parish, con neanche velati riferimenti all'ossessione di controllo che ha disseminato di telecamere di sorveglianza ogni piccolo centro del Regno Unito—per tacere delle ronde di volontari che stanno prendendo piede anche da noi. Scalmanato finale da Far West: si salvi chi può.
Giorni e nuvole (Silvio Soldini, 2007) **½ [7+]Il precariato nella famiglia borghese, quotidiano e discesa negli inferi, l'impossibilità di ritrovare una propria dignità nel meccanismo che ha termini diversi per definirla—if any. Un uomo che se ne fa carico e la sopporta umiliando la sua stessa comprensione della sua vita fino a quel momento, nei rapporti interni ed esterni alla sua famiglia, nel realizzare il termine "scelta" quale libertà, solidarietà, come guadagnarsi il pane. Gran cast, e grandissimo Albanese.
La leggenda di Beowulf (Robert Zemeckis, 2007) **½ [7+]Rilettura-stravolgimento della leggenda, molto ironica ma soprattutto scura a mo' di incubo proiettato in avanti nei secoli, sulle origini del Male, la grettezza e futilità dei valori tradizionali, la colpa dell'uomo (inteso come maschio) alla ricerca dei "gioielli di famiglia" per proiettare il proprio potere sulla donna e il trasferimento di sé nella prole. Qualcosa di realmente sorprendente nel tono e nelle letture. Evidentemente Roger Avary non è stato co-autore (con Neil Gaiman) della sceneggiatura a vuoto.
Il caso Thomas Crawford (Gregory Hoblit, 2007) **½ [7]Buona pellicola di genere, ben gestita da colui che ormai è uno specialista. Due ottimi interpreti, Anthony Hopkins e Ryan Gosling, in un discretamente teso scontro sull'orgoglio, racchiuso in un classico uxoricidio, nonché sui sistemi di potere e di giustizia. Il finale potrebbe sembrare accomodante e risolutivo, ma la scelta di chiudere prima di vedere in effetti come va a finire è azzeccata, e lascia intuire che lo sguardo è sempre critico nonostante quella che sembra un'imposizione da studios.
Molto incinta (Judd Apatow, 2007) ** [6+]Apatow ormai ha una ricetta e la rinnova in un modo gradevole, tutto di superficie, puntando sull'empatia da parte maschile, della quale riflette i giustificabili ma pigri turbamenti di vita, nell'ennesima storia dell'uomo grande e grosso che non vuole crescere. L'amore e la figura femminile sono, nonostante il linguaggio tendente al vero (come se la cosa fosse un pregio) e un po' di colore sessuale, null'altro che angeli che ti cullano (e ti scopano) dicendoti che va tutto bene, che c'è qualcuno che ti ama e che crescere vuol dire trovare l'amore in loro—cioè, nella mamma con le tette che sono loro. Un po' antiquato, e volendo sempre vero: potendo firmare, chi di noi maschietti non firmerebbe? Rimane la domanda: io sono davvero questo coglione? Per fortuna no, quindi—cordialmente—Apatow può intrattenermi con le sue menate di vita per (ben) due ore, ma poi se ne può tranquillamente andare a farsi benedire.
Il diario di una tata (Shari Springer Berman e Robert Pulcini, 2007) ** [6+]Nonostante rinnovino il meccanismo grafico-narrativo del precedente—e molto bello—American Splendor, i due registi/coniugi non sono granché in controllo dell'intreccio, o almeno non lo sono fino alla fine, e in ultimo svaccano senza porsi le necessarie preoccupazioni nella redenzione della mamma cattiva e frustrata. Che ci poteva stare, ma si poteva avere un po' più di stile e magari un po' meno fretta. Nulla di tragico, comunque, però ne risulta troppo svilita la parte sociologica, che ha guidato col giusto wit la pellicola e che sarebbe l'unica cosa realmente interessante.
Correndo con le forbici in mano (Ryan Murphy, 2006) ** [6]Fanatico capitolo della scoperta dell'individualità e dell'omosessualità, dipinta schematicamente come ribellione alle continue stranezze che circondano il protagonista (esattamente come in C.R.A.Z.Y. di Vallée, che comunque era un film anche sensibilmente migliore). Brian Cox potrebbe anche far crepare dalle risate, mentre Annette Bening può purtroppo approfondire all'ennesima potenza il suo personaggio esagitato di American Beauty. Chi mi conosce dovrebbe essere al corrente della mia smodata passione per Evan Rachel Wood, e infatti concludo—è la terza volta in questo post che cado in tentazione, e francamente mi sarei lasciato andare anche con Katherine Heigl—commentando sulla sua straordinaria bellezza.
Number 23 (Joel Schumacher, 2007) *½ [5½]Il mio amico Emanuele Rauco mi ha fatto notare, riportando su un forum un'interessante osservazione di qualcun altro, che per puro caso anche la frase «Mi sono fracassato le palle» ha 23 lettere. Io le palle non me le sono fracassate, perché il film di Schumacher non inizia né si sviluppa male (bene fotografia e diligente montaggio), ma alla resa dei conti non ha una cavolo di idea seria sul cavolo di punticino che vuol fare. Ammesso che ci sia bisogno di fare un punticino. Il punto che fa, sulla giustizia e la famigliola fuori che aspetta, non è il massimo. Però il film nel complesso mi è sembrato quasi reggere.















