30/07/2008 | di Alberto Di Felice
«[P]erché quest’abitudine di schernire i film accostandoli a cose tutt’altro che da biasimare? Film-videogioco, film-giocattolo, film-panettone... Quanto può essere stata triste l’infanzia di questi critici, nonché il resto della loro vita?»
«[C]he orrore l’idea di girare un kolossal per adulti!»

Su Reverse Shot, rivista americana on-line preziosa e con contributi sempre stimolanti (sebbene mi capiti spesso di non condividerli nel merito, come nel caso in specie), è nata un’improvvisata e spontanea linea editoriale sull’attuale stato del blockbuster primaveril-estivo, e soprattutto sulla sua accoglienza da parte della critica. Protagonisti di questa sorta di concorde linea interna sono due polemiche ed acidognole recensioni, quella di Adam Nayman—“Nay-man”, bisogna concederlo, è proprio un nome imbattibile per uno che, fra le altre cose, fa il “critico”—di The Dark Knight e quella di Andrew Tracy di Hellboy II: The Golden Army. Entrambe vanno contro quello che è l’ampio e generale consenso per i due film—argomentando nel merito, a mio avviso, in maniera abbastanza debole (e con tutt’altro che acume critico, al contrario di quanto si va strombazzando) basandosi su presunti buchi (se non peggio, scelte scadenti quasi nel ridicolo) di script e messa in scena. I due pezzi sono però interessanti per il punto di “difesa immunitaria intellettuale” che portano avanti, sulle cui premesse nutro un po’ di dubbi. (Come li nutro, per motivi diversi ma sovrapponibili, verso le due tacitiane citazioni che aprono questo post.) Tracy osserva:«[C]he orrore l’idea di girare un kolossal per adulti!»
—Fabrizio Attisani, rispettivamente su Speed Racer e L’incredibile Hulk

Parlare finto-seriamente di oggetti da giovani è diventato un modo meraviglioso per evitare di parlare seriamente del serio. Il vortice di iperbolica, surriscaldata retorica critica che segue all’arrivo—diamine, prima dell’arrivo—dell’ultimo blockbuster “alto” basterebbe a realizzare un numero comico. In questi casi, la ricerca critica è diventata all’incirca una questione di ripetere parola per parola i superficiali temi stridentemente annunciati del film buttando dentro alcuni abbellimenti linguistici e capriole intellettuali. Com’è accaduto spesso, il calcolo commerciale trova un’ancella compiacente nella pigrizia critica, anche (o forse specialmente) quella testimoniata da quegli scrittori più intelligenti e distinti che dedicano i propri sforzi e talenti alla progettazione di elaborate giustificazioni intellettuali per film che né le richiedono né le meritano.
Ciò che è più osceno di questa creazione di miti culturali pop è che rema in maniera decisa contro l’espansione del gusto e della conoscenza sul cinema. Focalizzandosi così ossessivamente e massicciamente sugli oggetti più leggibili e tirannicamente disponibili, la discussione critica non riflette solo la situazione della distribuzione cinematografica in Nord America, ma vi contribuisce attivamente. Elevando l’ultimo detrito pop al livello del divino, dichiarando implicitamente la centralità del cinema pop (il più delle volte cattivo cinema pop) al di sopra di tutto il resto, non fa che strozzare ulteriormente quei film che non hanno il vantaggio di essere implacabilmente trapanati nella nostra coscienza dalla macchina del marketing. Perché preoccuparsi di mettersi a combattere sulla stampa per film che sono stimolanti, strani, oscuri, o divertenti in modi nuovi e diversi quando La Verità è in proiezione in 2500 sale?
Ciò che è più osceno di questa creazione di miti culturali pop è che rema in maniera decisa contro l’espansione del gusto e della conoscenza sul cinema. Focalizzandosi così ossessivamente e massicciamente sugli oggetti più leggibili e tirannicamente disponibili, la discussione critica non riflette solo la situazione della distribuzione cinematografica in Nord America, ma vi contribuisce attivamente. Elevando l’ultimo detrito pop al livello del divino, dichiarando implicitamente la centralità del cinema pop (il più delle volte cattivo cinema pop) al di sopra di tutto il resto, non fa che strozzare ulteriormente quei film che non hanno il vantaggio di essere implacabilmente trapanati nella nostra coscienza dalla macchina del marketing. Perché preoccuparsi di mettersi a combattere sulla stampa per film che sono stimolanti, strani, oscuri, o divertenti in modi nuovi e diversi quando La Verità è in proiezione in 2500 sale?
Nayman osserva similmente:
Un Codice 22: The Dark Knight di Christopher Nolan domanda, con una voce scontrosa ed aspra, di esser preso più sul serio del medio film da fumetto. Ma quando si prova a fare esattamente questo—ad analizzare i suoi rumorosamente chiarificati temi di dualità ed impasse etica; a disaminare le implicazioni del riferirsi al suo cattivo come “terrorista” e di questa auto-identità; a considerare l’uso di invasiva tecnologia di sorveglianza come un punto di trama post-Patriot Act—si viene rimproverati per essersela presa con un indifeso oggetto Pop. Ehi, ragazzi, perché così seri?
Il problema par essere: l’oggetto pop, il cinema nominalmente e per definizione più “d’intrattenimento” e “di genere”, ha dignità e va analizzato? E, se sì: come e in che misura? La domanda è talmente stupida che è decisamente necessario tornarci su, per quel poco che questi articoli ce ne danno l’occasione. Non ci vuol molto a capire che la questione da affrontare non è la prima (alla quale va chiaramente e fortemente risposto in senso affermativo, in virtù del fatto che mi piace credere che il cinema “d’intrattenimento” non esiste, o meglio che il cinema è tutto intrattenimento—ancor meglio, intrattenimento del pensiero), ma la seconda. Si tratta, in buona sostanza, di definire i limiti dell’“impresa” critica di fronte ai confini dell’immagine organizzata a discorso, nonché i limiti del discorso stesso. Devo settare le mie antennine critiche in maniera diversa quando guardo un film che si intende fracassone rispetto a quando guardo uno Chabrol, o chi per lui?
L’interrogativo è a mio avviso mal posto, ed è proprio Nayman a dimostrarlo col suo riferimento all’insolvibile alternativa fra analisi («infanzia triste», direbbe l’Attisani) e spensierato divertimento («infanzia felice», par di capire). Il vero “doppio standard” di cui parla Nayman subito dopo l’estratto che vi ho proposto è quello del parlare seguendo implicitamente la vecchia e stantia distinzione fra film di genere e film d’essai (o, se vogliamo, fra «film-videogioco» e film «per adulti»), stabilendo paletti fissi che sembrano ignorare l’inesistenza di regole strette da seguire, il fatto che ogni film ri-stabilisce (anche quando “di genere”—e bisogna anche stare attenti a questa definizione) le regole del discorso che porta avanti. Nel dibattito partito su Reverse Shot si inserisce sul New York Times, più pacatamente ma come ne fosse perfettamente al corrente, il buon A.O. Scott, che va a specificare i termini della contesa. Varrà la pena tradurre-citare quasi tutto l’articolo:
La forza commerciale del genere supereroi è naturalmente tutt’altro che nuova. […] Alcuni [di questi film] – i film dei “Fantastici Quattro”, soprattutto – si accontentano di essere divertenti usa-e-getta di cultura pop. Ma per il maggior numero aspirano ad essere qualcosa di più, ad esser presi seriamente come i propri eroi e cattivi prendono seriamente sé stessi. […]
Questi film indossano i loro cuori allegorici sulle loro maniche di cartone, vestendo le loro storie con segni aperti di attualità, come i rapitori afghani in “Iron Man”, e indiretti, come le elucubrazioni su giusto processo e tortura in “The Dark Knight”. […]
Non voglio iniziare liti con fan devoti e critici esaltati. Concederò che “The Dark Knight” è tanto buono quanto può essere un film del suo tipo. Ma questo potrebbe non essere esattamente un complimento. Non c’è dubbio che Batman, un pezzo forte della cultura popolare americana per quasi 70 anni, abbia fornito a Nolan (e a suo fratello e co-sceneggiatore Jonathan) una piattaforma per le sue ambizioni artistiche. Non puoi prefiggerti di fare un thriller psicologico, o anche un melodramma poliziesco urbano, e aspettarti di riuscire a comandare qualcosa come il budget di 185 milioni di dollari che Nolan aveva a disposizione in “The Dark Knight”. E quei soldi, oltre a pagare alcuni spettacolari set e sequenze d’azione, hanno permesso a Nolan e alla sua squadra di creare un’impercettibile ed evocativa atmosfera visiva, un panorama notturno di Gotham spesso avvertito dall’aria.
Ma per parafrasare qualcosa che il Joker dice a Batman, “The Dark Knight” ha delle regole, e sono le convenzioni cui nessun film di questo tipo può sfuggire. Il climax dev’essere un combattimento col cattivo, durante il quale la simbiosi fra buono e cattivo, implicita lungo tutto il film, dev’essere articolata. Il finale deve puntare a un sequel, e un’aura di conseguenza morale dev’essere mantenuta anche mentre le uccisioni, le esplosioni e gli inseguimenti si moltiplicano. La posta ideologica in gioco in un supereroe viene alzata – non sono semplicemente i buoni che combattono i cattivi, ma la Rettitudine contro il Male, l’Ordine contro il Caos – precisamente per autorizzare un livello più intenso di violenza. Naturalmente ogni genere è retto da convenzioni, e ogni degno film di genere esplora le aree di libertà dentro questi parametri di ferro. Così “Iron Man” allenta le briglie del suo plot per dar modo a Downey di esplorare le fissazioni e le idiosincrasie di Tony Stark, il miliardario playboy genio dell’ingegneria che alla fine cresce e si costruisce un vestito di metallo. […] Ma […] non appena il personaggio principale è vestito e pronto per la battaglia, l’originalità scola via dal film, e gli imperativi commerciali – il gran combattimento, la smisurata stravaganza d’azione – subentrano. “The Dark Knight” riceve qualche vantaggio dall’essere il secondo in una serie, con meno bisogno di spiegazioni e di sviluppo dei personaggi, e il suo atto finale è meno deludente.
Invece la delusione viene dal modo in cui il film declama temi alti e seri e poi … li declama di nuovo. Che tipo di eroe ci serve? Dov’è la linea fra giustizia e vendetta? Quanta autonomia dovremmo sacrificare nel nome della sicurezza? La privazione di vite innocenti può essere giustificata? Tutte queste sono domande affascinanti, persino pressanti, ma dichiararle, come fa quasi ogni personaggio in “The Dark Knight”, prima o poi, non è lo stesso che esplorarle.
Eppure dichiarare questi temi è la distanza massima verso la quale l’attuale ondata di film di supereroi sembra voler andare. I western degli anni ’40 e ’50, ossessionati da temi simili, erano in un qualche modo capaci, negli esempi migliori, come in “Sentieri selvaggi” di John Ford e “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks, di trovare ambiguità e tensioni seppellite nei loro rigidi paradigmi.
Ma i vecchi cowboy non lavoravano sotto gli stessi pesi dei loro discendenti mascherati ed incappucciati. Questi poveri, incompresi crociati devono generare grandi profitti su scala globale e soddisfare un pubblico affamato del brivido per la novità e degli agi del familiare. È una mia impressione, o si comincia a vedere che fanno fatica?
Questi film indossano i loro cuori allegorici sulle loro maniche di cartone, vestendo le loro storie con segni aperti di attualità, come i rapitori afghani in “Iron Man”, e indiretti, come le elucubrazioni su giusto processo e tortura in “The Dark Knight”. […]
Non voglio iniziare liti con fan devoti e critici esaltati. Concederò che “The Dark Knight” è tanto buono quanto può essere un film del suo tipo. Ma questo potrebbe non essere esattamente un complimento. Non c’è dubbio che Batman, un pezzo forte della cultura popolare americana per quasi 70 anni, abbia fornito a Nolan (e a suo fratello e co-sceneggiatore Jonathan) una piattaforma per le sue ambizioni artistiche. Non puoi prefiggerti di fare un thriller psicologico, o anche un melodramma poliziesco urbano, e aspettarti di riuscire a comandare qualcosa come il budget di 185 milioni di dollari che Nolan aveva a disposizione in “The Dark Knight”. E quei soldi, oltre a pagare alcuni spettacolari set e sequenze d’azione, hanno permesso a Nolan e alla sua squadra di creare un’impercettibile ed evocativa atmosfera visiva, un panorama notturno di Gotham spesso avvertito dall’aria.
Ma per parafrasare qualcosa che il Joker dice a Batman, “The Dark Knight” ha delle regole, e sono le convenzioni cui nessun film di questo tipo può sfuggire. Il climax dev’essere un combattimento col cattivo, durante il quale la simbiosi fra buono e cattivo, implicita lungo tutto il film, dev’essere articolata. Il finale deve puntare a un sequel, e un’aura di conseguenza morale dev’essere mantenuta anche mentre le uccisioni, le esplosioni e gli inseguimenti si moltiplicano. La posta ideologica in gioco in un supereroe viene alzata – non sono semplicemente i buoni che combattono i cattivi, ma la Rettitudine contro il Male, l’Ordine contro il Caos – precisamente per autorizzare un livello più intenso di violenza. Naturalmente ogni genere è retto da convenzioni, e ogni degno film di genere esplora le aree di libertà dentro questi parametri di ferro. Così “Iron Man” allenta le briglie del suo plot per dar modo a Downey di esplorare le fissazioni e le idiosincrasie di Tony Stark, il miliardario playboy genio dell’ingegneria che alla fine cresce e si costruisce un vestito di metallo. […] Ma […] non appena il personaggio principale è vestito e pronto per la battaglia, l’originalità scola via dal film, e gli imperativi commerciali – il gran combattimento, la smisurata stravaganza d’azione – subentrano. “The Dark Knight” riceve qualche vantaggio dall’essere il secondo in una serie, con meno bisogno di spiegazioni e di sviluppo dei personaggi, e il suo atto finale è meno deludente.
Invece la delusione viene dal modo in cui il film declama temi alti e seri e poi … li declama di nuovo. Che tipo di eroe ci serve? Dov’è la linea fra giustizia e vendetta? Quanta autonomia dovremmo sacrificare nel nome della sicurezza? La privazione di vite innocenti può essere giustificata? Tutte queste sono domande affascinanti, persino pressanti, ma dichiararle, come fa quasi ogni personaggio in “The Dark Knight”, prima o poi, non è lo stesso che esplorarle.
Eppure dichiarare questi temi è la distanza massima verso la quale l’attuale ondata di film di supereroi sembra voler andare. I western degli anni ’40 e ’50, ossessionati da temi simili, erano in un qualche modo capaci, negli esempi migliori, come in “Sentieri selvaggi” di John Ford e “Un dollaro d’onore” di Howard Hawks, di trovare ambiguità e tensioni seppellite nei loro rigidi paradigmi.
Ma i vecchi cowboy non lavoravano sotto gli stessi pesi dei loro discendenti mascherati ed incappucciati. Questi poveri, incompresi crociati devono generare grandi profitti su scala globale e soddisfare un pubblico affamato del brivido per la novità e degli agi del familiare. È una mia impressione, o si comincia a vedere che fanno fatica?
È un dilemma in piena regola, insomma, secondo il quale, date le condizioni, “certi tipi di film” sono condannati a cercare di essere più di quel che sono, e al contempo sono costretti a rimanere quel che sono. Se ci si avventura ad esaltarne la tempra “morale” (i famigerati “temi”, per semplificare), si viene accusati di voler costruire pomposi e ridicoli—o, citando Tracy, «osceni»—castelli in aria per esaltare le qualità “da adulti” di film che si meriterebbero di esser considerati—e non disprezzati come—film-videogioco (o film-fumetto); se li si loda come film “del loro genere” bisogna ammettere che sono, nel migliore dei casi, «tanto buoni quanto possono essere i film del loro tipo». Lo ammetto: mi gira la testa. Mi chiedo: sì, ma questi film che cosa sono? Forse bisogna risistemare la nostra stessa comprensione (o pre-giudizio) sia dei «parametri di ferro» che delle «aree di libertà» entro i quali possiamo cercare di descrivere quello che ci si para davanti agli occhi. Nel parlare di Iron Man mi sembrava più giusto descriverlo, anziché come film-fumetto, come un «Joel Schumacher incontra Frank Capra e ci gioca a braccio di ferro». È per questo che trovavo curiose alcune critiche all’incapacità di Favreau di imitare Raimi: sono due cose diverse, il fatto che ci siano due supereroi non significa nulla, accostarli e paragonarli sulle stesse basi è sbagliato. Mi viene a proposito in mente quello che Mereghetti scrive di Hellboy 2:
Verrebbe voglia di cominciare dal fondo, dalla sensazione nettissima — alla fine della proiezione — di aver assistito a un melodramma con tutti i crismi, dove l’amore si scontra con la diversità, propria e altrui, e lotta per affermare il diritto della vita sopra la morte. E senza riuscirci fino in fondo, proprio come in uno di quei capolavori anni Trenta che facevano versare fiumi di lacrime, con Bette Davis o Joan Crawford... Ma viene anche il dubbio che una lettura così «radicale» rischierebbe di stupire gli stessi spettatori, increduli di fronte a una interpretazione così estrema e tendenziosa. […]
Sono questi temi a rendere il film meno scontato, ad accendere un interesse che l’ennesima lotta tra «buoni» e «cattivi» (dall’esito più che prevedibile) non potrebbe innescare. E a fare di un film-fumetto un divertimento meno superficiale e gratuito del previsto. Lasciandoci però alla fine con una piccola domanda irrisolta: aiuterà un film così ad eliminare qualcuno dei pregiudizi che il pubblico «giovanilista» ha verso il melodramma? Lo spingerà non dico ad amare ma almeno a guardare con altri occhi i film che a quel genere si richiamano?
Sono questi temi a rendere il film meno scontato, ad accendere un interesse che l’ennesima lotta tra «buoni» e «cattivi» (dall’esito più che prevedibile) non potrebbe innescare. E a fare di un film-fumetto un divertimento meno superficiale e gratuito del previsto. Lasciandoci però alla fine con una piccola domanda irrisolta: aiuterà un film così ad eliminare qualcuno dei pregiudizi che il pubblico «giovanilista» ha verso il melodramma? Lo spingerà non dico ad amare ma almeno a guardare con altri occhi i film che a quel genere si richiamano?
29/07/2008 | di Alberto Di Felice
–How old is this bunny?
–Around one, two months.
–What’s the longest a bunny can live for?
–About five or six years.
–Five or six years?
–Yeah.
–That’s the most they can live?
–Yup.

At times I just don’t know
How you could be anything but beautiful
I think that I was made for you
And you were made for me
And I know that I won’t ever change
We’ve been friends through rain or shine
For such a long, long time
Laughing eyes and smiling face
It seems so lucky just to have the right
Of telling you with all my might
You’re beautiful tonight
And I know that you won’t ever stray
Cause you’ve been that way from day to day
For such a long, long time
And when you hold me tight
How could life be anything but beautiful
I think that I was made for you
And you were made for me
And I know that I won’t ever change
We’ve been friends through rain or shine
For such a long, long time
Well, I must say it means so much to me
To be the one who’s telling you
I’m telling you, that you’re beautiful.
–Around one, two months.
–What’s the longest a bunny can live for?
–About five or six years.
–Five or six years?
–Yeah.
–That’s the most they can live?
–Yup.

Ho visto le lacrime dei miei narcisistici sbagli, di passaggio in Ohio, lo sguardo stretto in un quadro deformato che scorre eterno, allungato sul tempo mobile, umido velo di pioggia come neanche in Sokurov. Credo che resterò lì per sempre, lo so e ne ho paura, su un’autostrada a pensare di star andando a trovare qualcuno, di star tornando alla casa che condivido con chi amo, cercandolo in bendisposti volti che spero abbiano bisogno di me. Ti amo — Svanisco nel sale — Svanisci tra le raffiche. Ed è tutta colpa mia. Se tutto va bene, ancora pochi anni per riprenderti in abbraccio.
At times I just don’t know
How you could be anything but beautiful
I think that I was made for you
And you were made for me
And I know that I won’t ever change
We’ve been friends through rain or shine
For such a long, long time
Laughing eyes and smiling face
It seems so lucky just to have the right
Of telling you with all my might
You’re beautiful tonight
And I know that you won’t ever stray
Cause you’ve been that way from day to day
For such a long, long time
And when you hold me tight
How could life be anything but beautiful
I think that I was made for you
And you were made for me
And I know that I won’t ever change
We’ve been friends through rain or shine
For such a long, long time
Well, I must say it means so much to me
To be the one who’s telling you
I’m telling you, that you’re beautiful.
Gordon Lightfoot, “Beautiful”
dalla colonna sonora dello stupendo The Brown Bunny di Vincent Gallo (2003)
dalla colonna sonora dello stupendo The Brown Bunny di Vincent Gallo (2003)
24/06/2008 | di Alberto Di Felice

L’uscita di E venne il giorno (in effetti, il meno bello degli Shyamalan, direi, che sono andato a rivedere dopo aver revisionato con enorme soddisfazione gli ottimi e più Signs, The Village e Lady in the Water), come non è insolito quando si tratta di un film di Shyamalan, ha nuovamente offerto recensioni—o semplici reazioni—negative se non apertamente sdegnate, soprattutto negli USA. È fin troppo facile vedere la reazione come logica difesa immunitaria dei cultori dell’ovvio, dopo il massacro loro riservato dalla fine del simpaticissimo collega Mr. Farber in Lady in the Water, un film che molti in America si sono persi, troppo occupati—da cultori dell’ovvio, appunto—a ridicolizzare gli strambi nomi dati alle creature della fiaba, ed il plot che non avrebbe senso nel senso convenzionale del termine. Forse nessuno di loro, nel notare che almeno qui manca un personaggio che li prenda pesantemente ed insopportabilmente per il culo, si è accorto che Wahlberg con la sua bolsa faccia che sciorina ipotesi sulle piante ed il vento («L’ha detto il matto prima, io non so cos’altro pensare: quindi devono essere davvero le piante che parlano tra di loro… Massì, sono le piante…») è lì apposta.
I motivi addotti per tale bocciatura sono di segno anche contraddittorio; tanto che, dalla veloce lettura di questo recente ma già voluminoso corpus di scritti, si può ricavare alternativamente l’idea che il film sia stilisticamente sublime o semplicemente ridicolo e raffazzonato, così come che Mark Wahlberg abbia dato una buona prova o abbia fatto il peggio della sua già modesta carriera—in Italia sfido chiunque a pensare che la prova del Wahlberg doppiato da Insegno sembri sopportabile: sospendiamo il giudizio fino al dvd. Succede che il più delle volte quello che viene scritto si commenti da solo, e sembri scritto quasi direttamente da Mr. Farber, seppur con meno smaccata supponenza ed alterigia. Carina Chocano del Los Angeles Times (che pensa Wahlberg vari solitamente dal «solido» all’«ispirato», mentre qui sarebbe «stonato»), ad esempio, osserva con evidente spirito di insight (=“ironia causata probabilmente da distrazione”):
Ma rimuovere semplicemente l’istinto di autoconservazione spingerebbe davvero la gente ad annientarsi da sola? In massa? Avrei pensato che avrebbe condotto a forme indirette e più lente di autodistruzione, come andare in bicicletta senza casco o guidare dopo aver bevuto o far sesso non protetto. Questa purtroppo, è la domanda che Shyamalan tralascia di rispondere, il che, dopo film come “28 giorni dopo”, è una delusione.
Ecco poi a seguire Manohla Dargis del New York Times (che al contrario della collega sull’altra costa pensa che qui Wahlberg sia non solo «solido», ma anche «serio» e «dedicato»), a rincarare la dose:
Sta succedendo qualcosa, d’accordo, ma al signor Shyamalan, che certamente sembra divertirsi a fare Dio, non sembra importare molto. Ma cosa sta succedendo, di preciso? È la fine del mondo, un puntino sullo schermo verde, una replica di Chernobyl, il peggior incubo di Al Gore? Il signor Shyamalan ce lo dice, più o meno, tirando presto fuori dal sacco il gatto. Ma il segreto degli scenari apocalittici è questo: gli serve una botola di fuga o il peso della tragedia. Far crollare il mondo e basta solo perché sei arrabbiato non basta.
Chocano e Dargis, andando al sodo, si stanno chiedendo come mai Shyamalan non ci dica qualcosa in più sulla vera tragedia, quella ambientale che sta avvenendo, e per la quale evidentemente sono entrate in sala, da cosa deriva e come funziona esattamente. Dal che si ricava che, quantomeno, si aspettavano di andare a vedere The Day After Tomorrow. Difatti ci pensa il re dell’ovvietà di trama James Berardinelli (che almeno potrebbe permetterselo in quanto recensore “dilettante” non meno di me, che però ci tiene sempre a darci perle di saggezza degne di un insopportabile fifth-grader secchione, o di Mr. Farber: «Ci sono due [due, li ha contati bene come la Dargis prima di scriverli] elementi di cui un film come The Happening ha bisogno per riuscire: un potente senso d’atmosfera e un forte sviluppo dei personaggi», cavolo se la sa lunga il Berardinelli) a spiegarci che The Happening «non ha senso, a meno che non sia quello di strombazzare un fin troppo ovvio e stridulo messaggio pro-ambientalista. (Uno che fa sembrare The Day After Tomorrow [boom, eccolo!] sottile al confronto.)». Non c’è dunque da stupirsi del commento di un utente di un forum che frequento (che, forse non casualmente, ha per avatar la locandina di Star Trek: Nemesis), che in maniera simile ai tre sovra citati si lamenta: «E santa mattina, ma almeno una visuale catastrofica di quelle che avrebbero dovuto essere città piene di cadaveri... No eh?». Perfetto! Al che non ho potuto che rispondere: «Eccheddiamine, e perché la vogliamo commentare l’imperdonabile assenza della Statua della Libertà in fumo e fiamme? Ne vogliamo parlare?!?!».
Mick LaSalle sul San Francisco Chronicle (il cui pezzo ho sentito l’impulso irresistibile di abbandonare di fronte all’affermazione balzana che, dopo Il sesto senso, «“The Happening” è il suo migliore finora in questo decennio») azzarda un’ipotesi sul perché i plot shyamalaniani si sgonfino sempre dopo una bella premessa:
Tutta l’arte è una danza fra l’ispirazione ed il controllo, e da “Il sesto senso” Shyamalan ha scritto stringato anziché sciolto. A Shyamalan viene una grande idea – ad esempio, “The Happening”, che ha una buona premessa – ma invece di lasciare che la sua idea respiri e si sviluppi e vedere dove potrebbe andare, le salta sopra e prematuramente le dà la forma di una storia. Lascia che il suo intelletto entri in gioco troppo presto nel processo, forzando la sua immaginazione in strutture arbitrarie. Invece di lasciare che le sue idee rivelino la forma che vogliono assumere, le ammassa in qualche nozione preconcetta di cosa dovrebbe essere un film di M. Night Shyamalan.
Da ciò si potrebbe ricavare, in prima battuta, che Shyamalan dovrebbe—in tema col film, diciamo—piantare le sue idee iniziali in un vasetto di terriccio ed innaffiarle ogni giorno fin quando non partoriscano da sole un copione. Infatti LaSalle passa poi a dare a Shyamalan il sempre utile consiglio di farsi aiutare nella—o dare direttamente in appalto ad un altro la—stesura della sceneggiatura. E vi dirò, non sono neanche molto in disaccordo.
Fra tutti, però, il più impagabile e right on the money è il breve pezzo di Robert Wilonsky su The Village Voice, che mettendo in ridicolo tutti gli altri offre con una bella risata un perfetto riassunto sommario di quello che succede davvero nel film:
Che massa di sciocchezze—sciocchezze efficaci, sciocchezze agghiaccianti, ma sciocchezze nondimeno. … Mark Wahlberg, un insegnante di scienze di Philadelphia ossessionato dall’improvviso declino della popolazione apiaria, e Zooey Deschanel, sua disinteressata signora, si trascinano per la campagna della Pennsylvania in cerca di un rifugio sicuro, solo che non riescono a trovarne uno; la tossina è dappertutto. Ma, se non altro, una coppia che sta subendo qualche singhiozzo—lei sta progettando una storia con la voce di Shyamalan, in uno dei suoi camei più brillanti—trova più facile parlare di cazzate quando la morte è imminente. Il che è un buon punto, anche se bisogna evitare le pile di cadaveri sulla strada per la terapia.
Ottimo, nessuno ha scritto di meglio.
Benché sia abbastanza ovvio guardandolo, The Happening va subito sommariamente inquadrato entro i canoni estetici del b-movie anni ‘50/‘60, in maniera molto più pronunciata di quanto non si potesse intuire principalmente dallo spunto tramico di Signs. Il fatto viene notato, quando viene notato, con un po’ di insoddisfazione, se non come intrinseco “difetto” (parola che ricorre spesso, come se chi la chiama in causa credesse seriamente nell’esistenza di certe regole da rispettare: tipo quella di farci vedere una panoramica dall’alto delle città riempite di cadaveri, appunto) e sbadataggine, essendo una produzione da 57 milioni di dollari. Non è possibile, sembra di capire, che si spendano tanti soldi per un film nel quale le normali regole di buon senso nella costruzione dell’inquadratura e nel montaggio vengono palesemente buttate alle ortiche. Quando in realtà questo è un aspetto essenziale per poter capire ed apprezzare i ritmi interni della pellicola. È particolarmente sconsolante, da questo punto di vista, che persino il solitamente attentissimo Jim Emerson non trovi nulla di meglio da fare che tirar fuori il mancato rispetto delle regole di composition—la stessa cosa che succedeva nelle geometrie volutamente infrante di Lady in the Water. Emerson si lamenta, tra le altre cose, del fatto che nella scena iniziale al cantiere manchi:
qualcosa che ci dia un senso delle dimensioni per collegare quello che succede a terra con quello che succede in alto in un’immagine singola, ininterrotta -- non importa quanto breve. Una “rapida occhiata” con camera a mano per aver prospettiva su o giù il lato dell’edificio sarebbe stata sufficiente. Il film -- non per l’ultima volta -- non la fornisce. Così, la scena sembra spezzata -- “imbrogliata”, come avrebbe detto Buster Keaton -- piuttosto che agghiacciante.
Allo stesso modo parla della scena successiva nell’aula del prof. Wahlberg:
Cerca davvero di coinvolgerli, camminando nelle file tra i loro banchi. Ma il suo scambio più lungo avviene con un ragazzo che viene inspiegabilmente isolato in inquadrature singole, in qualche parte della classe che sembra esistere su un diverso piano fisico. Perché è così?
Emerson si sta insomma lamentando del fatto che in entrambi i casi manchi un’inquadratura d’ambientazione che dia un’esatta collocazione spaziale agli elementi del profilmico. Come scrivo in un mio breve e svogliatissimo commento sul suo blog, c’è un’obiezione molto semplice da sollevare: a chi serve avere un’unica inquadratura, da manuale scolastico come la farebbe un Roland Emmerich qualsiasi, del palazzo con gli operai che cadono o della classe con tutte le file ordinate per poter rintracciare l’esatta posizione dell’alunno distratto? Nel primo caso, Shyamalan preferisce chiaramente puntare sulla soggettiva (anche dal punto di vista narrativo) dell’operaio che guarda dal basso; nel secondo rafforza la stranezza, soprattutto alla luce del suo essere ritrovata in come il vanitoso professore si comporterà durante la fuga (lui che, come il Mr. Farber di turno, capisce tutto e non capisce niente: «Sono le piante, dev’esser colpa delle piante»), della conversazione e dello scambio fra il professore e quel particolare alunno, isolato nella sua vanità, preoccupato del suo naso.
Emerson arriva però a farsi preoccupante quando si lamenta, similmente al tizio sul forum di cui ho detto, anche del fatto che nel film non ci sia una bella sequenza che mostri per bene la frenetica evacuazione della scuola con un’«aura di mistero o agitazione o dramma o rovina imminente». Si è scordato forse (anzi, di certo: si è perso la didascalia che ha segnalato il cambio di città) che non siamo più a New York, e che l’evacuazione è a puro titolo precauzionale: nessuno ha fretta di precipitarsi giù per le scale, gli alunni vengono semplicemente rimandati a casa, possibilmente cercando di tenerli calmi. Forse avrebbe dovuto leggere Roger Ebert (al quale non perdonerò comunque mai la sciocca bocciatura di The Village), che con la sua solita franchezza e semplicità spiega:
Ora considerate come Shyamalan mostra l’esodo da Philadelphia. Evita tutte le convenzionali scene di ressa alla stazione dei treni, la gente che uccide Philadelphia, non New York, e mostra la popolazione calma e apprensiva. Se non sapeste da cosa state scappando, come vi comportereste? Così, credo.
Forse Mr. Farber aveva ragione: «Non c’è più originalità nel mondo». E quando la vediamo, preferiremmo capire da subito chi fa che cosa (e come) in un film, altrimenti non ha senso. Corriamo a vedere L’incredibile Hulk, vah.
13/06/2008 | di Alberto Di Felice

Ringrazio di cuore Roberto Fusco Junior per avermi nominato. È la seconda volta che questo piccolo blog "di cinema" viene selezionato da un collega (la prima volta ad opera dell'ormai defunto Mario Scafidi, la cui simpatia—diciamolo—ci manca) in una delle tante catene. Fra l'altro, ho da poco scoperto che colui il quale mi ha insignito del riconoscimento è mio conterraneo (beh, quasi; io poi mi dichiaro trentino per schivare ogni sospetto, anche perché l'autonomia statutaria nella vita è importante e torna sempre utile); per di più siamo entrambi del segno dello Scorpione; e, come tutto ciò non bastasse, nel suo profilo, alla voce "Musica preferita" i miei Depeche Mode compaiono primi. Ellapeppa! Accetto la menzione con ancor più grande felicità ed orgoglio, dunque. Ma fermo qui, per quanto mi riguarda, la catena. Le catene non fanno per me: sento che se mai qualche altro sciagurato dovesse sentire il bisogno di fare il mio nome (e non so perché dovrebbe), giudicherei il fatto psicologicamente lancinante. Ciò non toglie che mi diverta leggere i nominati degli altri—e ciò non toglie, chiariamolo, che se qualche altro sciagurato volesse continuare a premiarmi, mi farebbe sempre piacere: quindi nominatemi senza indugio.
Approfitto invece dell'occasione per fare un po' il punto della situazione. Quale situazione, direte voi? In realtà non mi è chiaro: vorrei semplicemente fare alcune riflessioni sparse e di contenuto nullo. Mi era venuto in mente di stilare, al posto della catena, una mia personale classifica con voti dedicata ai vari blog di cinema, ma poi: 1) dar "voti" ai colleghi, inter pares, non è bello; e 2) qualcun altro c'ha già pensato. Invece è da un po' (probabilmente da quando ho aperto il blog, che inizialmente faceva alquanto pietà, con uno dei template standard di splinder; è stato poi editato in maniera ridicola dal sottoscritto; è da ultimo passato a veste grafica—almeno quella—più accettabile col nuovo anno) che rifletto su cosa cavolo stia facendo io nel variegato mondo di chi scrive di cinema. Come scrivo di cinema, quale idea ho della mia modesta "missione"? Sono domande che mi rivolgo ciclicamente, e spero mi rivolgerò sempre, perché anche solo leggendo quello che scrivevo mesi fa mi rendo conto che si crea inevitabilmente una certa distanza fra l'io che scriveva allora e l'io che scrive adesso.
Io, che ho (solo) 24 anni, ho iniziato a scrivere di film pochi anni fa, da comune utente di forum che del mezzo cinema non sapeva assolutamente nulla, con post che per fortuna sono oggi difficilmente recuperabili-- Per farvi un esempio fra quelli facilmente recuparabili, il 20 dicembre 2005 il vostro affezionatissimo aveva l'ardire di scrivere:
Osannato universalmente (nonché vincitore di Oscar e di un elenco pressoché infinito di altri riconoscimenti), Se mi lasci ti cancello/Eternal Sunshine of the Spotless Mind è probabilmente appunto per questo la più riuscita presa per i fondelli degli ultimi tempi: i meccanismi di Kaufman, che pure erano apprezzabili e davvero nuovi agli inizi, portati all'esasperazione in un film che, arrivati a Kirsten Dunst che manda le buste con audiocassetta, rivela tutta la sua odiosa pretestuosità nel giochino dell'inseguimento mentale. Un pessimo Jim Carrey, copia spaesata del Luke di The Majestic che, per quanto retorico, lo è sempre meno di questo.
Ora: chi è questo schifoso ignorante? Lo allontano da me, non rispondo di quello che lui scriveva. Quello che ho scritto qui va leggermente meglio, di questo mi va di rispondere. E quello che avete letto non è neppure la cosa più imbarazzante che io abbia mai scritto. Vi lascio immaginare il resto-- Passiamo poi a quello che scrivevo quando ho iniziato a scrivere per la piccola TV Zone, ora Cine Zone. Prendiamo ad esempio quello che, solo due mesi più tardi (il 17 febbraio 2006), scrivevo di Guida galattica per autostoppisti (è solo una delle prime in cui mi sono imbattuto, e non è neanche il pezzo peggiore). Nel 2008 io leggo quel pezzo e non ci trovo nulla di male, anche in riferimento alla mia opinione attuale su quel film: oggi darei sempre le stesse stelline. Però, come potete notare: il pezzo è scritto sì senza errori di sorta ed in maniera sufficientemente "documentata", ma ha tutto l'aspetto del normale pezzo librario di redazione, dedicato per lo più ad una rivisitazione della trama e ad un elenco di nomi con secco giudizio. Ora che ci penso, quest'articolo sembra perfetto per un qualsiasi quotidiano nazionale. È un modo di scrivere più che lecito, ma che oggi non mi interessa più.
Però mi chiedo anche fino a che punto sono in grado di evitarlo. Ad esempio, basta guardare il post precedente a questo per vedere che alcune cose che scrivo oggi non sono poi lontane da quel genere di recensione. Fin quando si può evitare di esser scontati in quello che si scrive? Il problema per molti cineblogger (e per cineblogger intendo chiunque abbia un blog dedicato al cinema, non solo chi appartiene alla Cinebloggers Connection, alla quale io non appartengo—la precisazione è a favore di chi ne fa parte) non si presenta, in quanto chi non è legato ad impegni editoriali può scrivere quando e di cosa vuole. La cosa non è meno valida per me: la mia collaborazione con Cine Zone è a titolo totalmente gratuito ed in base alla mia disponibilità. Nessuno mi obbligava a scrivere un pezzo su Bratz. Però, da parte mia, cerco di scrivere su tutte le nuove uscite che riesco a vedere, a favore della presenza più ampia possibile di titoli sul sito. E non sempre è facile riuscire a trovare una buona angolazione per parlare di pellicole che non dicono molto—per di più con tutte le approssimazioni, se non gli aperti errori di giudizio che possono derivare da un'unica visione. Non tutti i film si aprono facilmente a certi tipi di analisi—precisiamo: il tipo di analisi possibile entro il format di una recensione (format al quale chi non ha impegni editoriali può tranquillamente non attenersi). È difficile non scrivere un pezzo "burocratico" in questi casi, descrivendo molto sommariamente gli elementi del film e dando solo il proprio giudizio. Il pezzo su Quando tutto cambia, si è capito, non è decisamente il mio preferito, almeno fra i recenti. Al contrario, mi pare di aver trovato cose più interessanti da scrivere su Tropa de Elite e Bratz, appunto, nonostante siano due film che ho giudicato pessimi.
In linea generale, col passare del tempo mi sembra di essermi riuscito a focalizzare più sulla mia interpretazione della pellicola, che è di certo sempre parziale e discutibile (i commenti servono appunto a farmi notare, preferibilmente con gentilezza ed umana comprensione, quando dico cavolate), riportando quegli elementi, di trama e/o puramente filmici, che reputo utili a supportarla. Naturalmente, lo spazio di qualche centinaio di parole (per Tropa de Elite, ad esempio, siamo a 596; per Il Divo, viceversa, già siamo ad un livello ben maggiore, con 1684 parole) non si presta ad un'analisi vera e propria dell'opera, ma ci si può almeno sforzare di evitare i giudizi secchi basati unicamente sugli aggettivi. Posso dire di aver solo iniziato a provarci, e non posso farmene una colpa: ho (solo) 24 anni.
Quello che viene scritto sui quotidiani, solitamente, e credo la mia opinione sia ampiamente condivisa, non mi soddisfa più. Non ci ritrovo le basi minime per parlare del film. Però certi tipi di recensione, ai quali mi sono subito accostato dagli "albori" del mio acerbo interesse per la critica, continuano ad interessarmi molto. È il caso di Roger Ebert, che non ha bisogno di presentazioni, al quale mi rivolgo da tempo immemore. Ebert si attiene in maniera eclettica al compito del recensore: racconta il film a chi non l'ha visto, riassume in maniera creativa la trama (già da come riassumi la "trama" si vede la tua interpretazione critica del film: il riassunto della "trama" non è da sottovalutare), dà un proprio giudizio motivato e schietto, spesso inserendo note di esperienza personale e riferimenti chiarificatori al suo gusto ed a quelli del pubblico, e risultando comunque interessante anche per chi ha già visto il film. Mi piace leggere Ebert prima della visione, e spesso ci ritorno con piacere dopo: il suo stile è elegante ma al tempo stesso divulgativo, personale ma onesto verso l'opera e chi sta leggendo. Vorrei che qualche nostro ottogenario giornalista potesse avere la stessa umiltà, e vorrei averla io. Leggevo proprio ieri, per caso, una sua vecchia recensione di Teorema, scritta appena due anni dopo aver avuto l'incarico al Chicago Sun-Times, che dimostra esattamente quello che ho appena detto:
This review of "Teorema" is going to be a holding action. I don't feel ready to write about this mysterious film; perhaps, a week from now, I'll decide it is very bad, a failure. But perhaps it is the most brilliant work yet by that strange director, Pier Paolo Pasolini, who is a Marxist and a Freudian and yet made the best film ever made about the life of Christ ("The Gospel According to St. Matthew"). [...]
Well, whenever I review Godard or Resnais (or, recently, Pasolini), I get letters from indignant moviegoers complaining that I misled them into seeing a movie that made absolutely no sense. The sort of moviegoer who thinks all movies must make sense -- obvious common sense, that is -- should avoid "Teorema." Those who go anyway will be mystified, confused, perhaps indignant.
But here is a film that needs additional thought. I want to see it again and try to get through to it. (In the meantime, I am forced to give "Teorema" a star rating, and so I give it three, so as not to discourage those who might find it interesting. But perhaps "Teorema" should get four stars, or none.)
Ebert aveva già capito tutto. Onestà e dialogo col lettore. È questa la cosa più importante. Queste sue parole mi riportano al fatto che neanche una settimana fa mi trovavo a sentire di dover "declassare" Il Divo, come prontamente notato, di mezza stellina. Fossi stato un giornalista di carta stampata, non avrei avuto modo di cambiare il mio voto, e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Quanto è cambiato il mio giudizio su quel film, e come cambia il modo di chi legge la mia recensione di interpretarla sapendo che il voto di chi l'ha scritta è di tre stelline o due stelline e mezza? Nel primo caso, il lettore avrà l'impressione che io stia descrivendo un buonissimo film; nel secondo, probabilmente, penserà io lo stia attaccando in qualche modo. Forse—anzi, sicuramente—c'entra in partenza l'aspettativa o il giudizio del lettore sul film, perché le stelline che per un film (poniamo, il per lo più snobbato 10 cose di noi) sembrano positive, per un altro film (Il Divo) sembrano una bocciatura.
A proposito di film snobbati: il gioiellino Once grida vendetta. Lo scorso venerdì, per avere qualche lettura in più sul treno, ho comprato Film TV (che non compravo nientemeno che dall'estate del 1996), e a pagina 10 ho trovato la stizzita recensione di Raffaella Giancristofaro, nella quale leggo:
il tutto si regge su uno scheletro fragilissimo (un po' come nel caso dell'assordante, noiosissimo Across the Universe) e su un'idea di cinema piuttosto acerba. Il filo rosso (la musica) che tiene insieme quest'incontro più che un filo è una coperta, di lana, che copre una novantina di interminabili minuti.
Ora, in molti saranno d'accordo non avendo apprezzato il film (fate ambo se avete detestato anche Across the Universe), ma non è questo il punto. Il punto è che per me il fatto che la Giancristofaro si sia annoiata in quegli "interminabili" novanta minuti (forse aveva visto troppi film quel giorno, o forse aveva fretta di far la spesa, aveva dormito troppo poco, aveva mangiato troppo, non so) non può che essere di nessun interesse. A me interessa il film. La noia, dico sempre e non c'è verso di provare che io abbia torto, non è una caratteristica del film: è una reazione di chi lo guarda, e può esser dettata da mille fattori, alcuni dei quali ho elencato. (Mi piacerebbe sapere, poi, se la Giancristofaro considera acerba anche l'idea di cinema che ha Rohmer, volendo "noiosissimo" anche lui, che questo film per qualche verso mi ha ricordato.) Ecco, grazie al cielo io ho smesso di menzionare la mia "noia" fra i motivi che dovrebbero spiegare perché penso un film non sia riuscito. È già un ottimo punto di partenza. Quindi ignorate pure quello che scrivevo qui.
Approfitto invece dell'occasione per fare un po' il punto della situazione. Quale situazione, direte voi? In realtà non mi è chiaro: vorrei semplicemente fare alcune riflessioni sparse e di contenuto nullo. Mi era venuto in mente di stilare, al posto della catena, una mia personale classifica con voti dedicata ai vari blog di cinema, ma poi: 1) dar "voti" ai colleghi, inter pares, non è bello; e 2) qualcun altro c'ha già pensato. Invece è da un po' (probabilmente da quando ho aperto il blog, che inizialmente faceva alquanto pietà, con uno dei template standard di splinder; è stato poi editato in maniera ridicola dal sottoscritto; è da ultimo passato a veste grafica—almeno quella—più accettabile col nuovo anno) che rifletto su cosa cavolo stia facendo io nel variegato mondo di chi scrive di cinema. Come scrivo di cinema, quale idea ho della mia modesta "missione"? Sono domande che mi rivolgo ciclicamente, e spero mi rivolgerò sempre, perché anche solo leggendo quello che scrivevo mesi fa mi rendo conto che si crea inevitabilmente una certa distanza fra l'io che scriveva allora e l'io che scrive adesso.
Io, che ho (solo) 24 anni, ho iniziato a scrivere di film pochi anni fa, da comune utente di forum che del mezzo cinema non sapeva assolutamente nulla, con post che per fortuna sono oggi difficilmente recuperabili-- Per farvi un esempio fra quelli facilmente recuparabili, il 20 dicembre 2005 il vostro affezionatissimo aveva l'ardire di scrivere:
Osannato universalmente (nonché vincitore di Oscar e di un elenco pressoché infinito di altri riconoscimenti), Se mi lasci ti cancello/Eternal Sunshine of the Spotless Mind è probabilmente appunto per questo la più riuscita presa per i fondelli degli ultimi tempi: i meccanismi di Kaufman, che pure erano apprezzabili e davvero nuovi agli inizi, portati all'esasperazione in un film che, arrivati a Kirsten Dunst che manda le buste con audiocassetta, rivela tutta la sua odiosa pretestuosità nel giochino dell'inseguimento mentale. Un pessimo Jim Carrey, copia spaesata del Luke di The Majestic che, per quanto retorico, lo è sempre meno di questo.
Ora: chi è questo schifoso ignorante? Lo allontano da me, non rispondo di quello che lui scriveva. Quello che ho scritto qui va leggermente meglio, di questo mi va di rispondere. E quello che avete letto non è neppure la cosa più imbarazzante che io abbia mai scritto. Vi lascio immaginare il resto-- Passiamo poi a quello che scrivevo quando ho iniziato a scrivere per la piccola TV Zone, ora Cine Zone. Prendiamo ad esempio quello che, solo due mesi più tardi (il 17 febbraio 2006), scrivevo di Guida galattica per autostoppisti (è solo una delle prime in cui mi sono imbattuto, e non è neanche il pezzo peggiore). Nel 2008 io leggo quel pezzo e non ci trovo nulla di male, anche in riferimento alla mia opinione attuale su quel film: oggi darei sempre le stesse stelline. Però, come potete notare: il pezzo è scritto sì senza errori di sorta ed in maniera sufficientemente "documentata", ma ha tutto l'aspetto del normale pezzo librario di redazione, dedicato per lo più ad una rivisitazione della trama e ad un elenco di nomi con secco giudizio. Ora che ci penso, quest'articolo sembra perfetto per un qualsiasi quotidiano nazionale. È un modo di scrivere più che lecito, ma che oggi non mi interessa più.
Però mi chiedo anche fino a che punto sono in grado di evitarlo. Ad esempio, basta guardare il post precedente a questo per vedere che alcune cose che scrivo oggi non sono poi lontane da quel genere di recensione. Fin quando si può evitare di esser scontati in quello che si scrive? Il problema per molti cineblogger (e per cineblogger intendo chiunque abbia un blog dedicato al cinema, non solo chi appartiene alla Cinebloggers Connection, alla quale io non appartengo—la precisazione è a favore di chi ne fa parte) non si presenta, in quanto chi non è legato ad impegni editoriali può scrivere quando e di cosa vuole. La cosa non è meno valida per me: la mia collaborazione con Cine Zone è a titolo totalmente gratuito ed in base alla mia disponibilità. Nessuno mi obbligava a scrivere un pezzo su Bratz. Però, da parte mia, cerco di scrivere su tutte le nuove uscite che riesco a vedere, a favore della presenza più ampia possibile di titoli sul sito. E non sempre è facile riuscire a trovare una buona angolazione per parlare di pellicole che non dicono molto—per di più con tutte le approssimazioni, se non gli aperti errori di giudizio che possono derivare da un'unica visione. Non tutti i film si aprono facilmente a certi tipi di analisi—precisiamo: il tipo di analisi possibile entro il format di una recensione (format al quale chi non ha impegni editoriali può tranquillamente non attenersi). È difficile non scrivere un pezzo "burocratico" in questi casi, descrivendo molto sommariamente gli elementi del film e dando solo il proprio giudizio. Il pezzo su Quando tutto cambia, si è capito, non è decisamente il mio preferito, almeno fra i recenti. Al contrario, mi pare di aver trovato cose più interessanti da scrivere su Tropa de Elite e Bratz, appunto, nonostante siano due film che ho giudicato pessimi.
In linea generale, col passare del tempo mi sembra di essermi riuscito a focalizzare più sulla mia interpretazione della pellicola, che è di certo sempre parziale e discutibile (i commenti servono appunto a farmi notare, preferibilmente con gentilezza ed umana comprensione, quando dico cavolate), riportando quegli elementi, di trama e/o puramente filmici, che reputo utili a supportarla. Naturalmente, lo spazio di qualche centinaio di parole (per Tropa de Elite, ad esempio, siamo a 596; per Il Divo, viceversa, già siamo ad un livello ben maggiore, con 1684 parole) non si presta ad un'analisi vera e propria dell'opera, ma ci si può almeno sforzare di evitare i giudizi secchi basati unicamente sugli aggettivi. Posso dire di aver solo iniziato a provarci, e non posso farmene una colpa: ho (solo) 24 anni.
Quello che viene scritto sui quotidiani, solitamente, e credo la mia opinione sia ampiamente condivisa, non mi soddisfa più. Non ci ritrovo le basi minime per parlare del film. Però certi tipi di recensione, ai quali mi sono subito accostato dagli "albori" del mio acerbo interesse per la critica, continuano ad interessarmi molto. È il caso di Roger Ebert, che non ha bisogno di presentazioni, al quale mi rivolgo da tempo immemore. Ebert si attiene in maniera eclettica al compito del recensore: racconta il film a chi non l'ha visto, riassume in maniera creativa la trama (già da come riassumi la "trama" si vede la tua interpretazione critica del film: il riassunto della "trama" non è da sottovalutare), dà un proprio giudizio motivato e schietto, spesso inserendo note di esperienza personale e riferimenti chiarificatori al suo gusto ed a quelli del pubblico, e risultando comunque interessante anche per chi ha già visto il film. Mi piace leggere Ebert prima della visione, e spesso ci ritorno con piacere dopo: il suo stile è elegante ma al tempo stesso divulgativo, personale ma onesto verso l'opera e chi sta leggendo. Vorrei che qualche nostro ottogenario giornalista potesse avere la stessa umiltà, e vorrei averla io. Leggevo proprio ieri, per caso, una sua vecchia recensione di Teorema, scritta appena due anni dopo aver avuto l'incarico al Chicago Sun-Times, che dimostra esattamente quello che ho appena detto:
This review of "Teorema" is going to be a holding action. I don't feel ready to write about this mysterious film; perhaps, a week from now, I'll decide it is very bad, a failure. But perhaps it is the most brilliant work yet by that strange director, Pier Paolo Pasolini, who is a Marxist and a Freudian and yet made the best film ever made about the life of Christ ("The Gospel According to St. Matthew"). [...]
Well, whenever I review Godard or Resnais (or, recently, Pasolini), I get letters from indignant moviegoers complaining that I misled them into seeing a movie that made absolutely no sense. The sort of moviegoer who thinks all movies must make sense -- obvious common sense, that is -- should avoid "Teorema." Those who go anyway will be mystified, confused, perhaps indignant.
But here is a film that needs additional thought. I want to see it again and try to get through to it. (In the meantime, I am forced to give "Teorema" a star rating, and so I give it three, so as not to discourage those who might find it interesting. But perhaps "Teorema" should get four stars, or none.)
Ebert aveva già capito tutto. Onestà e dialogo col lettore. È questa la cosa più importante. Queste sue parole mi riportano al fatto che neanche una settimana fa mi trovavo a sentire di dover "declassare" Il Divo, come prontamente notato, di mezza stellina. Fossi stato un giornalista di carta stampata, non avrei avuto modo di cambiare il mio voto, e nessuno si sarebbe accorto di nulla. Quanto è cambiato il mio giudizio su quel film, e come cambia il modo di chi legge la mia recensione di interpretarla sapendo che il voto di chi l'ha scritta è di tre stelline o due stelline e mezza? Nel primo caso, il lettore avrà l'impressione che io stia descrivendo un buonissimo film; nel secondo, probabilmente, penserà io lo stia attaccando in qualche modo. Forse—anzi, sicuramente—c'entra in partenza l'aspettativa o il giudizio del lettore sul film, perché le stelline che per un film (poniamo, il per lo più snobbato 10 cose di noi) sembrano positive, per un altro film (Il Divo) sembrano una bocciatura.
A proposito di film snobbati: il gioiellino Once grida vendetta. Lo scorso venerdì, per avere qualche lettura in più sul treno, ho comprato Film TV (che non compravo nientemeno che dall'estate del 1996), e a pagina 10 ho trovato la stizzita recensione di Raffaella Giancristofaro, nella quale leggo:
il tutto si regge su uno scheletro fragilissimo (un po' come nel caso dell'assordante, noiosissimo Across the Universe) e su un'idea di cinema piuttosto acerba. Il filo rosso (la musica) che tiene insieme quest'incontro più che un filo è una coperta, di lana, che copre una novantina di interminabili minuti.
Ora, in molti saranno d'accordo non avendo apprezzato il film (fate ambo se avete detestato anche Across the Universe), ma non è questo il punto. Il punto è che per me il fatto che la Giancristofaro si sia annoiata in quegli "interminabili" novanta minuti (forse aveva visto troppi film quel giorno, o forse aveva fretta di far la spesa, aveva dormito troppo poco, aveva mangiato troppo, non so) non può che essere di nessun interesse. A me interessa il film. La noia, dico sempre e non c'è verso di provare che io abbia torto, non è una caratteristica del film: è una reazione di chi lo guarda, e può esser dettata da mille fattori, alcuni dei quali ho elencato. (Mi piacerebbe sapere, poi, se la Giancristofaro considera acerba anche l'idea di cinema che ha Rohmer, volendo "noiosissimo" anche lui, che questo film per qualche verso mi ha ricordato.) Ecco, grazie al cielo io ho smesso di menzionare la mia "noia" fra i motivi che dovrebbero spiegare perché penso un film non sia riuscito. È già un ottimo punto di partenza. Quindi ignorate pure quello che scrivevo qui.
23/04/2008 | di Alberto Di Felice

Apprendo con frastornamento di esser stato nominato—per me è la prima volta, e spero bene sia anche l'ultima—in una delle tante catene che attanagliano la blogosfera. Ringrazio Mario Scafidi per il "premio", consistente nel darmi la foca, e soprattutto per le belle parole che lo accompagnano—parole che però deve aver scritto pensando a qualcun altro, sennò non si spiega. Sebbene recalcitrante, non mi tiro indietro e indico anch'io tre blog che ritengo valevoli di sponsorizzazione.
1] EsilioTridentinoReloaded
Del grande Sergio Zanotti, il bresciano più figo (anche perché non è bresciano di Brescia) della mia School of International Studies, la crème del mondo accademico trentino, e oserei dire italiano tout court. Ora il suo blog si è trasformato in un ricettario sul diritto d'autore, causa tesi. Chiunque sia interessato—e chiunque sia interessato al mondo dell'arcade, mondo del quale purtroppo a me non interessa assolutamente nulla—si divertirà in abbondanza. Non so quanto avrei pagato, tuttavia, per poter leggere il suo vecchio blog in inglese, prima che realizzasse che neppure la cara Ms. Riley si degnava di leggerlo—per non parlare di Gilbert o Birner, per carità. Un blog in inglese su Splinder non va. Splinder è troppo per noi provinciali, anche noi che studiamo alla School of International Studies. Which reminds me of la mia intenzione di aprire prima o poi un blog cinefilo con dominio ".blogspot.com" totalmente dedicato all'analisi in inglese—certo, non prima che abbiano accettato la mia domanda di PhD alla USC--
2] PersiNelCinema!
Del mio amico (purtroppo solo virtuale, per ora: è uno che dà scandalosamente buca agli appuntamenti a Roma) Emanuele Rauco. Rauco ha un fine tocco con la sua penna e grande capacità sintetica, oltre a un certo gusto—sebbene spesso non coincida col mio, che è quasi ricercato come il suo. Ha gusto il nostro Rauco, ma è anche un ragazzo pieno di difetti. Tanto che, impegnato com'è nelle redazioni che hanno la fortuna di poter annoverare i suoi scritti (Cine Zone si sente trascurata, sappilo), ha addirittura bisogno di una segretaria che gli pubblichi le recensioni sul blog. Ma quanto è figo uno che ha la segretaria sul blog? È una cosa alla quale non avevo mai pensato, e mi fa incazzare alquanto. Invidia. Comunque, sarebbe ora di cambiare quel template, e di curare un po' di più l'impaginazione: hai una segretaria, falla lavorare!
3] Movie Mania
Della "personcina dai gusti raffinati" Chiara. È quella che ne avrebbe meno bisogno (ziocane, ha iniziato dopo di me e ha sensibilmente più contatti--), ma va tenuta in considerazione per un numero di motivi. Elencherò alcuni dei più superficiali: prima di tutto perché è una ragazza (e da quanto si riesce ad intuire nelle foto, anche carina), poi perché ha la mia stessa età, poi perché il nome Chiara è bellissimo, e poi perché il suo blog personale è l'unico blog personale in senso stretto che riesce ad interessarmi. Quindi passo sopra alle sue sparate colossali su Cronenberg e su Burton, che a rigor di logica dovrebbero portare a rivedere quella definizione di "personcina dai gusti raffinati". Lo faccio per te, Chiara. E non è poco.
Ora la parola ai premiati, i quali se non notano questo post da soli verranno avvisati sui rispettivi blog. Non vi rimane altro da fare che premiare a vostra volta tre blog, ricordandovi contestualmente di postare il link al post originario della catena.
25/01/2008 | di Alberto Di Felice
È partito da qualche settimana un nuovo progetto che mi coinvolge. Anche se non è esattamente una cosa nuova, essendo naturale evoluzione di Tv-Zone, con cui chi frequenta questo blog dovrebbe già essere familiare. Dato il buon successo della sezione cinema, gli amministratori (rivolgo un grazie pubblico al mio amico Giuseppe Falconi) hanno ben pensato fosse tempo per creare uno spin-off totalmente dedicato. Neanche a dirlo, il nuovo portale si chiama Cine Zone-- Così ora io e i miei due stimatissimi colleghi Emanuele Rauco e Pietro Signorelli abbiamo più spazio per le nostre recensioni, che stanno crescendo vorticosamente di numero. Data la conquistata autonomia, in futuro sarà possibile spingerci anche oltre. Del nuovo sito sono, oltre che redattore, content manager. Il che significa che ho anche incombenze non dettate esclusivamente dalla scrittura, come sistemare tutte le vecchie schede alla luce della nuova impaginazione-- Il lavoro è iniziato, ma richiederà ancora un po' di tempo: il sito è appena nato ed è ancora un po' un cantiere.
Il primo cambiamento sostanziale è che ora potrete leggere più recensioni per singolo film. L'intento è quello di creare col tempo uno spazio di discussione fra i redattori, tenendo comunque presenti le problematiche legate alla tempistica della scrittura per il singolo autore. Uno dei problemi che per me si presentano, in relazione almeno ai film di nuova uscita, è quello del rapporto con questo blog: trovate già inserite su Cine Zone alcune delle recensioni presenti qui, ma per il futuro non ho ancora deciso come gestirò la cosa, dato che ora posso pubblicare sul portale anche quando è già presente la recensione di un mio collega. Nel frattempo, potete trovare le mie recensioni di Io sono leggenda, American Gangster, Il club di Jane Austen e Into the Wild.
Probabilmente creerò nel blog un'altra lista comprendente i link ai miei articoli su Cine Zone. Farò così perché mi piace l'idea di usare questo blog per le re-visioni, ossia per ampliare l'analisi che per forza di cose ad una prima e unica visione può esser solo parziale e per certi versi anche fallata. In genere ricavo sempre molto rivedendo un film, specie se il film è bello. Questo anche perché, citando il mio Robin Wood, quando parlo di un film parlo di com'è quel film per me, in quel momento. Grazie al cielo sono ancora giovane, negli ultimi anni ho imparato tanto e tanto imparerò (spero) in futuro, ma soprattutto è la mia sensibilità, che per l'analisi è forse la cosa più importante, ad esser maturata da molti punti di vista. Non sostengo di aver la verità in pugno, dunque (beh, ammetto che qualche volta mi è scappato--), al di là delle discussioni che qui e altrove posso aver avuto: scopo dell'analisi (ma anche quello di un semplice commento) dovrebbe essere appunto quello di aprirsi alla discussione. Il problema della discussione è che bisogna dapprima intendersi su che cosa si sta discutendo (sempre del cinema nella sua specificità: di questo ogni tanto ci si scorda), e poi mantenere un tono pacato. Sul secondo aspetto sto ancora lavorando.
Il primo cambiamento sostanziale è che ora potrete leggere più recensioni per singolo film. L'intento è quello di creare col tempo uno spazio di discussione fra i redattori, tenendo comunque presenti le problematiche legate alla tempistica della scrittura per il singolo autore. Uno dei problemi che per me si presentano, in relazione almeno ai film di nuova uscita, è quello del rapporto con questo blog: trovate già inserite su Cine Zone alcune delle recensioni presenti qui, ma per il futuro non ho ancora deciso come gestirò la cosa, dato che ora posso pubblicare sul portale anche quando è già presente la recensione di un mio collega. Nel frattempo, potete trovare le mie recensioni di Io sono leggenda, American Gangster, Il club di Jane Austen e Into the Wild.
Probabilmente creerò nel blog un'altra lista comprendente i link ai miei articoli su Cine Zone. Farò così perché mi piace l'idea di usare questo blog per le re-visioni, ossia per ampliare l'analisi che per forza di cose ad una prima e unica visione può esser solo parziale e per certi versi anche fallata. In genere ricavo sempre molto rivedendo un film, specie se il film è bello. Questo anche perché, citando il mio Robin Wood, quando parlo di un film parlo di com'è quel film per me, in quel momento. Grazie al cielo sono ancora giovane, negli ultimi anni ho imparato tanto e tanto imparerò (spero) in futuro, ma soprattutto è la mia sensibilità, che per l'analisi è forse la cosa più importante, ad esser maturata da molti punti di vista. Non sostengo di aver la verità in pugno, dunque (beh, ammetto che qualche volta mi è scappato--), al di là delle discussioni che qui e altrove posso aver avuto: scopo dell'analisi (ma anche quello di un semplice commento) dovrebbe essere appunto quello di aprirsi alla discussione. Il problema della discussione è che bisogna dapprima intendersi su che cosa si sta discutendo (sempre del cinema nella sua specificità: di questo ogni tanto ci si scorda), e poi mantenere un tono pacato. Sul secondo aspetto sto ancora lavorando.
13/07/2007 | di Alberto Di Felice
In occasione della mia partenza per Melbourne domani (tornerò in terra italica per Natale), in quanto fra i quattro fortunati studenti italiani beneficiari di una scholarship EAAPN, questo post vi preannuncia la "chiusura" del mio blog cinefilo fino a data da destinarsi.
Ma non disperate. Come è sempre successo quando già mi aspettavo l'apocalisse (vedi miei precedenti post della categoria "personali"), giorno verrà che riprenderò a scrivere in questo spazio. Stavolta però la situazione credo si possa considerare logisticamente più complicata-- Per cominciare, dovrò mettermi a cercare un appartamento-- La scrittura cinefila dovrà attendere che queste cosucce vengano sistemate prima di scatenarsi di nuovo-- Quando ciò avverrà, potrò bearmi del vantaggio di tempo rispetto alle uscite in Italia, e mi beccherò dunque un bel po' di "anteprime" delle quali cercherò di scrivere il più possibile qui e su TV Zone. Per ora, lì chiudo una stagione più magra di mio materiale (studio, studio--) con un pezzo scritto (non che ci fosse molto da scrivere, noterete--) di fresco sul nuovo Harry Potter —paurosa bolgia di ragazzini e ragazzine ieri: son dovuto tornare alla proiezione successiva--
Con le tre recensioni brevi postate ormai ieri giovedì 12, metto in stand-by soddisfatto il mio Gahan at the Movies, ben felice delle tante visite e dei nuovi (e vecchi) amici virtuali che partecipano anche attivamente con commenti. Vi ringrazio di cuore dell'affetto!
Dato questo momento particolare ho deciso però di non lasciarvi da soli. A presto (ovvero non appena avrò una connessione internet a portata di pc) il mio post inaugurale di Aussie Gahan, blog dedicato interamente alla mia nuova avventura in terra dei canguri. Spero vogliate venirmi a trovare anche lì.
Saluti pieni d'entusiasmo, e a prossime recensioni!
Ma non disperate. Come è sempre successo quando già mi aspettavo l'apocalisse (vedi miei precedenti post della categoria "personali"), giorno verrà che riprenderò a scrivere in questo spazio. Stavolta però la situazione credo si possa considerare logisticamente più complicata-- Per cominciare, dovrò mettermi a cercare un appartamento-- La scrittura cinefila dovrà attendere che queste cosucce vengano sistemate prima di scatenarsi di nuovo-- Quando ciò avverrà, potrò bearmi del vantaggio di tempo rispetto alle uscite in Italia, e mi beccherò dunque un bel po' di "anteprime" delle quali cercherò di scrivere il più possibile qui e su TV Zone. Per ora, lì chiudo una stagione più magra di mio materiale (studio, studio--) con un pezzo scritto (non che ci fosse molto da scrivere, noterete--) di fresco sul nuovo Harry Potter —paurosa bolgia di ragazzini e ragazzine ieri: son dovuto tornare alla proiezione successiva--
Con le tre recensioni brevi postate ormai ieri giovedì 12, metto in stand-by soddisfatto il mio Gahan at the Movies, ben felice delle tante visite e dei nuovi (e vecchi) amici virtuali che partecipano anche attivamente con commenti. Vi ringrazio di cuore dell'affetto!
Dato questo momento particolare ho deciso però di non lasciarvi da soli. A presto (ovvero non appena avrò una connessione internet a portata di pc) il mio post inaugurale di Aussie Gahan, blog dedicato interamente alla mia nuova avventura in terra dei canguri. Spero vogliate venirmi a trovare anche lì.
Saluti pieni d'entusiasmo, e a prossime recensioni!
04/06/2007 | di Alberto Di Felice
In procinto di partire di nuovo per la tetra Trento (sempre meno tetra grazie al riscaldamento globale), come tre mesi fa (precisi) mi rivolgo a voi gentili lettori di questo giovin blog per comunicarvi che da oggi fino a data da destinarsi lo stesso "sarà aggiornato molto meno di sovente". Stavolta però la frase va intesa in senso stretto: molto, ma molto meno di sovente. Ho quattro esami —cinque considerando Ms Riley (Inglese): Sistemi giuridici comparati il 6; Finanza internazionale il 13; Diritto internazionale il 19; Ms Riley il 22; il mitico Jack Birner (Modulo D di Storia e concetti dell'Europa moderna e contemporanea. Forse non sapete che Johnny Depp, in realtà, si è ispirato a lui per creare il suo Jack Sparrow--) non so neanche per quando, precisamente (recensione/paper su libro in français che il Mitico comunicherà il 22 al terzetto di "those who read French": Io, Federica e Noémie).
Ho già due film in arretrato da recensire, e con ogni probabilità non troverò mai il tempo. Ogni giornata da domani in poi la trascorrerò in biblioteca, dalle 8.30 del mattino alle 8 di sera comprendendo in questo intervallo svariate pause caffè, più due soste in mensa per pranzo e cena. Questo mese sarà decisamente dura fare altro. Pregate per me ogni sera prima di coricarvi--
Alla fine del tunnel vedo però Melbourne, nella quale mi recherò a luglio come lieto beneficiario di una scholarship EAAPN. Fino a Dicembre inoltrato —e forse oltre, se riesco a trovare uno stage in loco— la mia vita sarà lì. E farò il pieno di film in anteprima rispetto al mercato patrio, in lingua. Rimane solo da prenotare il biglietto aereo, ziocane--
Saluti un po' mesti, e a prossime recensioni.
Ho già due film in arretrato da recensire, e con ogni probabilità non troverò mai il tempo. Ogni giornata da domani in poi la trascorrerò in biblioteca, dalle 8.30 del mattino alle 8 di sera comprendendo in questo intervallo svariate pause caffè, più due soste in mensa per pranzo e cena. Questo mese sarà decisamente dura fare altro. Pregate per me ogni sera prima di coricarvi--
Alla fine del tunnel vedo però Melbourne, nella quale mi recherò a luglio come lieto beneficiario di una scholarship EAAPN. Fino a Dicembre inoltrato —e forse oltre, se riesco a trovare uno stage in loco— la mia vita sarà lì. E farò il pieno di film in anteprima rispetto al mercato patrio, in lingua. Rimane solo da prenotare il biglietto aereo, ziocane--
Saluti un po' mesti, e a prossime recensioni.
29/05/2007 | di Alberto Di Felice
Di ritorno a casina bella posso finalmente dedicarmi a cose più futili del cinema. Eccovi dunque un breve resoconto con foto del viaggetto a Strasburgo gentilmente offerto dall'Ufficio a Milano del Parlamento Europeo alle squadre vincitrici delle puntate del quiz "Vado bene per l'Europa?". La squadra SEI della Scuola di Studi Internazionali di Trento, della quale mi onoro di aver fatto parte, era presente nelle persone del sottoscritto, (l'unica trentina, la venerabile e da me venerata) Benedetta Voltolini, (il bresciano più cool della scuola) Sergio Zanotti, (il palermitano recentemente insignito dal Friuli, nonché "conoscente") Cristian Mannino e (la bergamasca dentro e nell'accentissimo, ma con papà siculo) Lisa Rustico.21-22-23 maggio fra andata, visita lampo al Parlamento, incontro con europarlamentari (i più famosi? Agnoletto e la star della sala: Lilli Gruber —ma quant'è magra e "aggiustata"?!), visita pomeridiana alla città, visita mattutina a Colmar ed infine ripartenza pomeridiana: in ritardo, con tre ore bloccati fermi in Svizzera e finale di Champions sciaguratamente saltata per la prima volta nella mia vita di milanista. Il tutto, capirete, caratterizzato da un impellente e frustrante mordi e fuggi e un po' di (molto) caos logistico--
Di lato potete ammirare la squadra SEI (me, Cristian, Bene e Lisa; Sergio scattava) mentre è catturata dalla non comune abilità oratoria dei nostri europarlamentari accorsi in gran numero a salutarci. In realtà siam solo in attesa di esser spostati nella sala dove avverrà l'evento, ma non lo sappiamo ancora.Saremo stati quattro ore seduti ad ascoltarli: comunque meglio star lì a sentire loro che non il tipico fighetto milanese sosia sputato di Daniele Interrante che organizzava con le sue improvvisate capacità in campo di public relations un party in piscina che non avverrà mai, seguito da trasferta notturna in città fino alle due (le due di notte, un martedì qualunque a Strasburgo-- Vai che ce la fai--). «Uè, io non me la son mai fatta Strasburgo: me la voglio fare!». Quando c'è classe, c'è classe.
A destra una foto che risale invece al 9 maggio, Festa dell'Europa al Palalido di Milano (siamo andati, fra le altre cose, a ritirare il "certificato di squadra vincitrice" dalle mani nientepopodimenoché del sindaco Letizia Moratti —colei che sempre avrò nel cuore per avermi permesso in extremis di poter fare la maturità con la commissione interna), che mi preme inserire in chiusura come tributo alla donna che ha reso possibile tutto questo ambaradàn. Io e Sergio (in tutto il suo splendore "Salad Fingers" a destra) siamo infatti in compagnia della Direttrice dell'Ufficio a Milano del PE, la per noi ormai mitica Maria Grazia Cavenaghi-Smith. Perché non ho un cognome così?
20/03/2007 | di Alberto Di Felice
Vi avevo lasciato in sospeso con l'annuncio della registrazione del quiz. Ebbene: abbiamo vinto! Più di sei ore negli studi di Odeon (mi troverete nel pubblico di altre due puntate, una delle quali vede protagonista la squadra dottorandi della Scuola —che ha perso ma è giustificata) e una stanchezza abbastanza avvertibile. Tornato a casa mi sono letteralmente ucciso con qualche cocktail letale preparato da quell'irresponsabile di Marco da Faenza, mio coinquilino.
Partiremo per Strasburgo nei giorni 21-22-23 maggio per la plenaria del Parlamento. Intanto potrete ammirarmi (mi vergognerò un mondo, ma è sempre così quando mi rivedo) nella puntata di questa settimana, sabato 24 marzo alle 13 su Odeon. Come ricevere Odeon dalle vostre parti sta a voi scoprirlo. Per vostra conoscenza, io sono quello con la maglia arancione.
Ecco l'articolo della prof.ssa Simona Piattoni dedicato alla nostra impresa, nel numero di aprile/maggio di Unitn, rivista d'ateneo.

In tutto questo ambaradàn ho dimenticato il mio blog, che avrebbe bisogno di maggiore attenzione.
Mi auto-rimprovero.
Partiremo per Strasburgo nei giorni 21-22-23 maggio per la plenaria del Parlamento. Intanto potrete ammirarmi (mi vergognerò un mondo, ma è sempre così quando mi rivedo) nella puntata di questa settimana, sabato 24 marzo alle 13 su Odeon. Come ricevere Odeon dalle vostre parti sta a voi scoprirlo. Per vostra conoscenza, io sono quello con la maglia arancione.
Ecco l'articolo della prof.ssa Simona Piattoni dedicato alla nostra impresa, nel numero di aprile/maggio di Unitn, rivista d'ateneo.

In tutto questo ambaradàn ho dimenticato il mio blog, che avrebbe bisogno di maggiore attenzione.
Mi auto-rimprovero.
04/03/2007 | di Alberto Di Felice
Affezionatissimi,
In questo sabato sera sono seduto davanti al pc in preda ad una leggera depressione — o meglio ansia: domani infatti mi attendono otto lunghe ore di viaggio in treno verso la tetra Trento, dove mi appresto ad iniziare il secondo term del mio primo anno di studi specialistici. Nel pomeriggio ho realizzato con tutta chiarezza che da lunedì l'ultimo mese di assoluto ozio apparterrà stabilmente al passato: mi è bastato scaricare e stampare i primi tre capitoli di "The Economic Consequences of the Peace" di Keynes, da leggere per un seminario. Domani mi sveglierò e la mia prima frase sarà: «Mamma, non voglio andare a scuola!». Io, in effetti, frequento ancora una scuola--
Questo solo per comunicare a voi, che gentilmente passate a trovarmi, che nei giorni e mesi a venire questo giovine blog sarà aggiornato molto meno di sovente. Purtroppo gli studi e le lezioni consumano le ore della giornata, e sarà un miracolo se riuscirò a vedere un film al giorno. È comunque mia intenzione impegnarmi il più possibile per tenere in vita questo spazio: spero mi sarà possibile, ma se penso che si profilano gli ormai soliti paper da scrivere, stavolta in loco (gli scorsi li ho potuti scrivere nel comfort della mia casina durante le feste natalizie), un tremito di terrore attraversa le mie membra.
Auguro a me stesso di sopravvivere, col conforto dei miei amici trentini — soprattutto delle amiche.
Magari riuscirete a vedermi anche in tv, se siete curiosi: farò parte della squadra della Scuola nel quiz "Vado bene per l'Europa?" su Odeon. La registrazione sarà il 16, ma non so dirvi che giorno andrà in onda. Ho visto oggi una puntata (va in onda il sabato alle 13), e son stato sollevato dalla durata inferiore alla mezz'ora e dal fatto che, contrariamente a quanto annunciatoci, sembra risponda a tutte le domande (suggerimento libero da parte degli altri, ovviamente) un solo concorrente per squadra. Il che significa che potrò andar lì a non fare assolutamente niente — bene perché, finora, non avevo ancora messo mano al materiale web. La venerabile e da me venerata Benedetta penserà a tutto: Dio l'abbia in gloria!
Saluti un po' mesti, e a prossime recensioni.
In questo sabato sera sono seduto davanti al pc in preda ad una leggera depressione — o meglio ansia: domani infatti mi attendono otto lunghe ore di viaggio in treno verso la tetra Trento, dove mi appresto ad iniziare il secondo term del mio primo anno di studi specialistici. Nel pomeriggio ho realizzato con tutta chiarezza che da lunedì l'ultimo mese di assoluto ozio apparterrà stabilmente al passato: mi è bastato scaricare e stampare i primi tre capitoli di "The Economic Consequences of the Peace" di Keynes, da leggere per un seminario. Domani mi sveglierò e la mia prima frase sarà: «Mamma, non voglio andare a scuola!». Io, in effetti, frequento ancora una scuola--
Questo solo per comunicare a voi, che gentilmente passate a trovarmi, che nei giorni e mesi a venire questo giovine blog sarà aggiornato molto meno di sovente. Purtroppo gli studi e le lezioni consumano le ore della giornata, e sarà un miracolo se riuscirò a vedere un film al giorno. È comunque mia intenzione impegnarmi il più possibile per tenere in vita questo spazio: spero mi sarà possibile, ma se penso che si profilano gli ormai soliti paper da scrivere, stavolta in loco (gli scorsi li ho potuti scrivere nel comfort della mia casina durante le feste natalizie), un tremito di terrore attraversa le mie membra.
Auguro a me stesso di sopravvivere, col conforto dei miei amici trentini — soprattutto delle amiche.
Magari riuscirete a vedermi anche in tv, se siete curiosi: farò parte della squadra della Scuola nel quiz "Vado bene per l'Europa?" su Odeon. La registrazione sarà il 16, ma non so dirvi che giorno andrà in onda. Ho visto oggi una puntata (va in onda il sabato alle 13), e son stato sollevato dalla durata inferiore alla mezz'ora e dal fatto che, contrariamente a quanto annunciatoci, sembra risponda a tutte le domande (suggerimento libero da parte degli altri, ovviamente) un solo concorrente per squadra. Il che significa che potrò andar lì a non fare assolutamente niente — bene perché, finora, non avevo ancora messo mano al materiale web. La venerabile e da me venerata Benedetta penserà a tutto: Dio l'abbia in gloria!
Saluti un po' mesti, e a prossime recensioni.
06/02/2007 | di Alberto Di Felice
Benvenuti, oh impavidi.
Lo scrivente è Alberto Di Felice, quietissimo e tranquillissimo studente con una sana passione, accessoria ma vitale, per le visioni cinematografiche. Questo blog parlerà di queste ultime e solo parzialmente di me perché: 1) La mia vita privata non è abbastanza interessante da fornire materiale di qualità; 2) Anche lo fosse, preferirei per lo più tenermi le mie cose per me.
Di tanto in tanto scriverò comunque qualcosa di direttamente inerente la mia persona e ciò in cui è invischiata nelle mondane fatiche quotidiane. Almeno per iniziare, però, mi sembra educato presentarmi per sommi capi.
Sono nato e cresciuto in quel di Teramo (nato a Teramo, cresciuto in provincia di), anche se i miei conterranei fan fatica ad accettarlo. Un qualche trauma infantile deve avermi causato strani sviluppi alla dizione: nella mia esistenza mi son sentito dare del torinese, milanese, valdostano, emiliano (solitamente emiliano, sì) e, giusto una settimana fa, altoatesino. Dal che deduco che l'orecchio della persona media è quantomeno pazzoide, se non decisamente fallace. Attualmente sono alla Scuola di Studi Internazionali dell'Università degli Studi di Trento, laurea specialistica in Studi Europei ed Internazionali.
Sono un discreto divoratore di film sin da bambino, ma una passione razionale, organizzata e conscia si è sviluppata solo negli ultimi anni. Ringrazio pubblicamente la rimpianta Tele+ per aver messo ordine alla mia fruizione di pellicole, dopo anni e anni di noleggi alla rinfusa. Ho iniziato a scriver di cinema su alcuni forum, e da ormai più di un anno scrivo recensioni per tv-zone.net.
Dovendo classificarmi, sono (forse felicemente) ancora iscritto all'albo del popolo: non ho conoscenze accademiche, solo una gran voglia di vedere e cercare di compren
Lo scrivente è Alberto Di Felice, quietissimo e tranquillissimo studente con una sana passione, accessoria ma vitale, per le visioni cinematografiche. Questo blog parlerà di queste ultime e solo parzialmente di me perché: 1) La mia vita privata non è abbastanza interessante da fornire materiale di qualità; 2) Anche lo fosse, preferirei per lo più tenermi le mie cose per me.
Di tanto in tanto scriverò comunque qualcosa di direttamente inerente la mia persona e ciò in cui è invischiata nelle mondane fatiche quotidiane. Almeno per iniziare, però, mi sembra educato presentarmi per sommi capi.
Sono nato e cresciuto in quel di Teramo (nato a Teramo, cresciuto in provincia di), anche se i miei conterranei fan fatica ad accettarlo. Un qualche trauma infantile deve avermi causato strani sviluppi alla dizione: nella mia esistenza mi son sentito dare del torinese, milanese, valdostano, emiliano (solitamente emiliano, sì) e, giusto una settimana fa, altoatesino. Dal che deduco che l'orecchio della persona media è quantomeno pazzoide, se non decisamente fallace. Attualmente sono alla Scuola di Studi Internazionali dell'Università degli Studi di Trento, laurea specialistica in Studi Europei ed Internazionali.
Sono un discreto divoratore di film sin da bambino, ma una passione razionale, organizzata e conscia si è sviluppata solo negli ultimi anni. Ringrazio pubblicamente la rimpianta Tele+ per aver messo ordine alla mia fruizione di pellicole, dopo anni e anni di noleggi alla rinfusa. Ho iniziato a scriver di cinema su alcuni forum, e da ormai più di un anno scrivo recensioni per tv-zone.net.
Dovendo classificarmi, sono (forse felicemente) ancora iscritto all'albo del popolo: non ho conoscenze accademiche, solo una gran voglia di vedere e cercare di compren








